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Fairytale – Una fiaba

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VOTO: 9

Dalle nebbie del Novecento

Preambolo volutamente polemico: alla proiezione per la stampa di Fairytale – Una fiaba, che esce nelle sale oggi 22 novembre, era presente l’autore, Alexander Sokurov. Un autentico Maestro del cinema. Purtroppo l’incontro è stato più breve di quanto preventivato, per via di un contrattempo a livello organizzativo. Ma la vera nota dolente è stata la reazione della stampa. A parte il moderatore, che con molta appropriatezza ha dialogato con Sokurov su alcuni tra i tanti possibili interrogativi sollevati dalla sua opera, le domande dei “colleghi” (con una lodevole eccezione, che a questo punto vorremmo porre in evidenza per mere ragioni di stima: Catello Masullo de “Il parere dell’ingegnere“) si sono soffermate monotonamente sull’attualità, sulla situazione bellica in Ucraina, sulla posizione sua e di altri intellettuali rispetto a Putin. Riuscendo talvolta anche a banalizzare la questione, senz’altro complessa. Come se fossimo precipitati all’improvviso in un talk show di Bruno Vespa o Maurizio Costanzo. Eppure, un film come quello del Maestro russo di spunti estetici, filosofici o semplicemente contenutistici ne può offrire a iosa, volendo anche per affrontare il presente con maggior consapevolezza…

Di conseguenza, lasciamoci pure alle spalle le miserie della critica e del giornalismo in Italia, per approntare invece un breve ritratto di questa nuova opera cinematografica, che dialoga tanto in profondità con le precedenti. Non è certo la prima volta, infatti, che Sokurov dà vita a pungenti apologhi sul potere, coniugando un’impostazione formale unica nel suo genere e visioni meta-storiche di rara maturità. Da un lato è Arca russa (2002), con la vertiginosa intuizione narrativa (e soprattutto realizzativa) inerente a quel sinuoso, iperbolico piano-sequenza, quale collante primario tra le varie figure storiche, artistiche e letterarie introdotte in scena, il primo esempio a giungere in nostro soccorso. Ma altri tre suoi lungometraggi appaiono ancora più attinenti: Moloch (1999), Taurus – Il crepuscolo di Lenin (Telets, 2001) e Il Sole (Solnce, 2005). Una vera e propria trilogia sulla natura più recondita del potere, sostanziata dalle biografie – opportunamente stilizzate – di quelle personalità, che, alla guida dei rispettivi paesi, determinarono alcune delle pagine di Storia più tragiche e cruente del secolo scorso.
Ecco, proprio dalle nebbie del Novecento procedono sullo schermo, ectoplasmatici, ma apparentemente ancora fieri del proprio ruolo, i personaggi di Fairytale – Una fiaba: Stalin, Hitler, Mussolini, Churchill. Come in attesa di un Giudizio finale, coincida esso con quello della nazione che hanno governato, con quello della Storia in senso lato o magari con quello divino, vista la cornice metafisica in cui l’autore ha voluto inserirli. Con un fantasma non meno ingombrante, quello di Napoleone, quasi l’antesignano delle più smodate ambizioni personali sorte in territorio europeo, a fare capolino all’occorrenza. Tutti in sala d’apetto. Ad attendere “beckettianamente” un Dio, che sembrerebbe non essere ancora pronto ad accogliere nemmeno quel figlio morto in croce duemila anni prima, altro cardine di questa complessa rappresentazione allegorica, cui non è estraneo neanche il ruolo (spesso sacrificale) delle masse.

Non bastasse il carattere allusivo e pungente delle frasi poste in bocca ai singoli personaggi storici, con ognuno di loro che assume poi contemporaneamente varie identità parallele, in un continuo (e a tratti rivelatore) frammentarsi dell’IO nel corso della narrazione, è naturalmente la forma a determinare la qualità dell’insolita operazione cinematografica. Sokurov stesso ha voluto che comparisse tale didascalia, all’inizio: “Per questo film sono stati usati esclusivamente materiali d’archivio senza l’uso di deep fake o altri mezzi di intelligenza artificiale“. Un avvertimento importante, questo. Perché ciò cui assistiamo non è mica un fantasy hollywoodiano con “celebrities” pescate a caso da qualche manuale universitario, bensì un apologo stratificato, maturo, in cui alla verosimiglianza delle riflessioni politiche deve corrispondere un altrettanto rigoroso studio sul simbolo, sull’immagine, sulla composizione stessa dell’inquadratura. Oltre due anni di vita è costato, a Sokurov e ai suoi collaboratori, quel lavoro certosino attraverso il quale sono state costruite le immaginifiche sequenze, che vedono tali soggetti, ripresi in tempi diversi della loro presenza sulla Terra ed estrapolati da filmati d’archivio più o meno noti, muoversi e parlare in una cornice degna della Divina Commedia, una scenografia virtuale ricavata a sua volta da stampe e illustrazioni (alcune delle quali di provenienza italiana) che contribuiscono a ricreare sullo schermo un alone dantesco.
Ultima osservazione, sebbene volendo se ne possano fare tante altre: ciò che sembra interessare al regista russo non è tanto l’operato politico degli spietati leader politici presi in esame. Quello lo conosciamo già tutti. Sin dalla scelta dei materiali d’archivio, l’autore è andato semmai a caccia delle crepe, nella loro consolidata immagine di guide della nazione, ovvero di quegli spezzoni di cinegiornali o di riprese private in cui potevano apparire più umani, cedendo a un momento di debolezza, di sconforto (emblematiche certe inquadrature di Churchill), o abbandonandosi al riso. L’Uomo che fa capolino dietro il Leader. Anche questa una bella sfida, per un Maestro del cinema che non lascia mai a bocca asciutta gli sguardi più attenti e meno superficiali.

Stefano Coccia

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