Eyimofe / This is My Desire

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Agognati desideri

Eyimofe / This is My Desire dei due gemelli Arie e Chuko Esiri (presentato in anteprima mondiale all’ultima Berlinale) ha ricevuto la menzione speciale alla 38esima edizione del Torino Film Festival. Il merito di quest’opera va sicuramente al modo con cui rappresenta la dignità umana, anche quando ogni elemento attorno suggerirebbe la tentazione di diventare disumani.
Sin dai primi minuti veniamo catapultati nel mondo di Mofe (Jude Akuwudike), elettricista, spesso chiamato ‘tecnico’ con un tono dispregiativo da chi è di classe superiore. I suoi occhi sono concentrati sul quadro elettrico, dove i cavi fanno scintille perché dovrebbero essere cambiati e messi in sicurezza. Eppure lui continua a bruciarsi, prendersi le scosse, stringere i denti e a chiedere alla donna da cui dipende qualcosa che possa migliorare il proprio lavoro e di conseguenza quello della fabbrica, ma è come se le parole volassero nell’etere e non arrivassero a destinazione, pur trovandosi a pochi centimetri di distanza.
L’uomo ha avuto il passaporto, adesso è in attesa del visto perché sogna di poter andar via (nello specifico in Spagna); nel frattempo vive in uno spazio ristretto (e anche quello poco sicuro) con la sorella e i suoi nipoti. Un giorno di ordinaria ‘amministrazione’, in cui ancora una volta cerca di fare il suo tamponando la situazione elettrica con le mani e ingegnandosi per ciò che può, quando rientra trova la donna e i ragazzi morti (uccisi da un corto circuito di uno di quei generatori con cui lui maneggia continuamente). Questo forte dolore alimenta in Mofe il desiderio di andar via, ma quando informa suo padre dell’accaduto per chiedergli una mano, non trova in lui com-passione, anzi riceve cinismo. Scopriamo quali siano le condizioni per poter andar via dal luogo dove si è nati e che sempre, compreso per una dignitosa sepoltura funebre, valga il dio denaro.
Parallelamente conosciamo Rosa (Temiloluwa Ami-Williams), una parrucchiera sorridente – di notte arrotonda ancora facendo la barista – , ma che cova per la propria esistenza altri obiettivi (desidera andare in Italia). Sia lei che Mofe vivono a Lagos, in Nigeria. I due percorsi viaggiano ognuno per sé (il film è diviso in due capitoli più epilogo), s’incrociano solo occasionalmente fino ad arrivare alla medesima conclusione in cui la prospettiva sul luogo natale muta. «Non vogliamo fare film per sostenere un determinato punto di vista o per persuadere qualcuno a pensare in un certo modo. Vogliamo raccontare una situazione specifica con il massimo di verità possibile, come si vive nel quotidiano qui a Lagos. Questo ha ripercussioni sul nostro modo di fare cinema, che è molto oggettivo, quasi documentaristico, proprio perché cerchiamo di trasmettere la verità della situazione», ha dichiarato Arie Esiri. Effettivamente questo approccio alla Settima Arte e a come comunicare tramite di essa lo si nota nelle inquadrature che scelgono di fare: dalla decisione di girare in 16mm (grande merito va riconosciuto alla fotografia del bielorusso Arseni Khachaturan, che già aveva lasciato il segno nel documentario di Rati Oneli City of the Sun) alla volontà di non indugiare nel dolore, inserendo le persone – e in particolare i due protagonisti – all’interno dell’ambiente che diventa, così, un terzo personaggio. Il fratello Chuko, proprio in quest’ottica, ha aggiunto: «Volevo solo che il pubblico avesse un’idea di questa parte di mondo che probabilmente non conosce o non ha mai visto. Che si riconoscesse nei personaggi, che empatizzasse con il loro viaggio emotivo. E anche che ricontestualizzasse ciò che ha sentito o meno sulle ragioni che spingono le persone a lasciare il loro paese».
Troppo spesso noi, che siamo da questa parte di ‘mondo’, viviamo di pregiudizi, di un immaginario collettivo anche filtrato dai media e il cinema – fatto e vissuto in questa maniera – scardina certi schemi mentali, portandoci a comprendere i loro agognati desideri.

Maria Lucia Tangorra

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