Exile

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Colleghi serpenti

Correva l’anno 2003 quando Mobbing – Mi piace lavorare di Francesca Comencini conquistava un prestigioso riconoscimento alla Berlinale, ma cosa ancora più importante puntava l’obiettivo della macchina da presa su uno dei problemi più grandi che affliggono ill moderno mercato del lavoro, il mobbing appunto. Prima di allora rappresentava un vero e proprio tabù, oggi se ne parla molto di più, ma ancora troppo poco cinematograficamente, con la Settima Arte che preferisce focalizzare l’attenzione su altri aspetti e mali derivanti da fusioni, budget, tuning e diritti violati. Il tutto in nome del profitto, dell’abbattimento della concorrenza e a scapito dei lavoratori.
Fortunatamente c’è chi come Visar Morina che con Exile, presentato in concorso al 32° Trieste Film Festival dopo un lungo tour festivaliero alle passate edizioni del Sundance, Berlinale e Sarajevo, ha voluto soffermarsi sull’argomento in questione raccontando la storia di Xhafer, un ingegnere farmaceutico di 45 anni originario del Kosovo e che vive in Germania, si sente vittima di discriminazione e bullismo sul posto di lavoro per ragioni etniche . Quando l’uomo trova un ratto morto appeso al cancello di casa, è convinto che i colleghi razzisti ne siano responsabili. Ogni fatto, parola e gesto rinforzano i suoi sospetti. Il suo malessere cresce di giorno in giorno. La moglie Nora, tedesca, è stanca di sentirlo parlare di questioni razziali. Forse i colleghi semplicemente non lo apprezzano? O c’è altro dietro la loro ostilità? Tutto questo è solo nella sua mente o è reale?
Per avere le risposte vi rimandiamo ovviamente alla visione dell’opera seconda del regista e sceneggiatore di Pristina, che con il protagonista Xhafer condivide le origini e la scelta di trasferirsi in Germania per costruirsi un futuro. Una nota autobiografica che in qualche modo avvicina l’autore a un personaggio di fantasia, ma che non si farebbe alcuna fatica a rintracciare nella vita reale. Di casi analoghi se ne contano a migliaia a tutte le latitudini, alcuni dei quali giunti alle estreme conseguenze a giudicare da ciò che si legge sulle pagine della cronaca nera. Motivo per cui Exile ha un valore intrinseco del quale tenere conto al momento del giudizio, indipendentemente dal livello di gradimento raggiunto.
La pellicola di Morina scava nell’angoscia quotidiana di un lavoratore in un Paese a lui straniero nel quale si sente doppiamente esiliato e discriminato sia professionalmente che socialmente. Il ché solleva argomentazioni dal peso assai rilevate che il regista affronta in chiave mistery con un dramma oscuro vestito da thriller psicologico. Per farlo immerge plot e personaggi in una dimensione sospesa fatta di ambientazioni asettiche, le cui topografie labirintiche dell’azienda farmaceutica e gli spazi domestici anonimi contribuiscono ad alimentare ansia, oppressione, soffocamento e disaggio. Sensazioni, queste, ulteriormente amplificate dalla fotografia satura di Matteo Cocco e dalle musiche di Benedikt Schiefer che a intervalli regolari puntano ad aumentare la tensione. Tensione però parecchio discontinua che in Exile subisce un continuo sali (scossoni come il suicidio di Urs, il passeggino dato alle fiamme e i ratti morti nella cassetta della posta) scendi a causa di una gestione non ottimale del ritmo, qui reso volutamente blando e dilatato al fine di creare nello spettatore un persistente stato di disaggio. Scelta che a conti fatti raggiunge lo scopo prefissato, ma che al contempo denota un’evidente dispersione della tensione stessa dovuta alle due ore di timeline. L’eccessiva durata in effetti penalizza la suddetta componente, non rispecchiando le reali esigenze narrative e drammaturgiche.
Sta qui, nell’imperfetta impalcatura mistery dotata però di un’inaspettata zampata finale, il tallone d’Achille di un’opera altrimenti efficace nel mostrare un equilibrio psichico che si spezza. Si assiste alla graduale perdita del controllo mentale con il sospetto che agisce nella mente del protagonista come una goccia cinese che scava lentamente e inesorabilmente sino all’implosione. Non si arriverà all’estremo come per il William “Bill” Foster/”D-Fens” di Un giorno di ordinaria follia, perché nel caso di Xhafer (qui interpretato da un convincente Mišel Matičević) non vedremo l’entità dei danni a lungo termine, ma le conseguenze nell’immediato sia nell’ambito professionale che familiare. In questo il regista kosovaro si dimostra all’altezza, firmando la regia di un film che riesce a rendere visibili i meccanismi che conducono all’esclusione, sottolineando quell’incertezza che un po’ alla volta ti cresce dentro provocando danni irreparabili e cicatrici che restano a vita.

Francesco Del Grosso

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