Elephant Song

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Segreti (in)confessabili

Chiusura con il botto per questa 29^ edizione del Festival MIX Milano con Elephant Song di Charles Binamé, sicuramente una delle chicche di quest’anno e che conferma ancora una volta la qualità di questa kermesse cinematografica ideata da Giampaolo Marzi.
La pellicola del regista canadese era stata presentata allo scorso Toronto Film Festival e non facciamo fatica a immaginare che abbia tenuto incollato lo spettatore di turno anche in quella circostanza. L’incipit è molto teatrale, ma lo sarà ancora di più la scatola drammaturgica.
Una donna è in camerino, si crea immediatamente un gioco di specchi, con sfumature di arancio in alcuni elementi scenici che richiamano il costume del soprano, Florencia De Costa (Gianna Corbisiero), che di lì a poco salirà sul palco. In un modo poetico, ma anche particolarmente significativo i petali che coloravano il camerino della cantante perdono il loro colore vivido e, con un gioco di fuochi, l’ellissi temporale è fatta. Colleghiamo subito che il ragazzo rinchiuso in una cella è quel bambino visto per pochi secondi con le rose in mano. Binamé ce lo introduce con l’obiettivo della macchina da presa che riprende il suo occhio e questa sarà un’inquadratura che ritornerà anche più avanti.
In un battito di ciglia il pubblico si ritrova nel gennaio del 1966, le riprese in esterni fanno immergere subito in quell’atmosfera invernale, in cui la neve ricopre le macchine e forse si vorrebbe, metaforicamente, che sotterrasse anche i segreti.
Ma Elephant Song porta in sé la sua origine di pièce teatrale (scritta da Nicolas Billon), non solo perché gli interni fanno da padrone – ancor più nella location principe in cui avviene il singolar tenzone più potente, ma anche per il tipo di scrittura, tagliente, affilata come una lama, perspicace, che ben asseconda il marchingegno da puzzle.
Che fine ha fatto il dottor Lawrence? Questo è il quesito in cui lo spettatore viene catapultato, intersecando il tutto con flash dal passato del ragazzo. Lo psichiatra David Green (Bruce Greenwood) cerca di trovare una risposta interrogando Michael, il giovane paziente del dottor Lawrence, il quale sostiene di essere in possesso di preziose informazioni in grado di far luce sulla scomparsa del suo terapeuta.
Il regista di Mommy, qui dimostra ancora una volta la sua versatilità offrendo una prova d’attore eccellente. Un Dolan iper comunicativo anche nelle sue espressioni facciali dà vita a un ragazzo geniale, capace di catturare nella sua rete anche chi, in realtà, dovrebbe essere in grado di tenergli testa. Non è mai semplice trovare la giusta misura nell’interpretare un paziente che ha bisogno di cure psichiatriche, in più poi spesso si ha un’idea fuorviante della malattia mentale. Qui Michael dimostra una lucidità che spiazza, tesse la sua tela con naturalezza, proprio quando il dottor Green crede che a tenere il coltello dalla parte del manico sia lui.
Ci piace sottolineare un “piccolo” elemento, anche se potrebbe risultare una forzatura: forse Dolan ha accettato di essere diretto in questo lungometraggio perché alcuni aspetti tematici sono affini con ciò che lui ha indagato e indaga tuttora (vedi la sua opera prima J’ai tué ma mère, ma non solo). Questa spia ci viene suggerita, in particolare, dal rapporto con la madre (non completamente sviscerato e, forse, è meglio così) e da una battuta relativa agli elefanti, gli unici mammiferi che devono rimanere nel grembo materno per ventidue mesi.
In Elephant Song cattura, certo, il mistero legato al dottor Lawrence, ma ciò che tiene alto il ritmo è il gioco di parole messo in atto soprattutto da Michael, come si può notare da battute come: «io sono il paziente e voi gli impazienti» o ancora «darle una risposta diretta non rientra nel mandato di follia». Non è facile rendere verosimile nella fiction il rapporto che si crea tra paziente e dottore in questi casi ed è su questo che Billon fonda il suo testo teatrale, il regista canadese, a sua volta, è stato abile nel trasferirlo sul grande schermo, avvalendosi di un ottimo cast.
L’immagine del puzzle che va a comporre la storia e la soluzione finale (che non possiamo rivelarvi) viene anche richiamata in una scena in cui dei pazienti giocano materialmente a comporre i tasselli di un puzzle. Binamé dissemina, così, dei segni coinvolgendo il pubblico anche su questo piano, che si ritrova sempre più in una funzione attiva e di com-partecipazione.

Maria Lucia Tangorra

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