Eisenstein in Messico

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7.0 Awesome
  • voto 7

L’amore spasmodico e quasi irriverente per l’arte

Peter Greenaway si forma innanzi tutto in campo artistico e, in particolare, come pittore (lo sceglie già a dodici anni iscrivendosi al Walthamstow College of Art); questo lo segna nel suo approccio visivo e verso la vita, tutto passa attraverso l’arte – tanto più quella figurativa – anche la settima arte. Questa coerenza di percorso si riscontra anche nel suo ultimo lungometraggio: Eisenstein in Messico (titolo originale Eisenstein in Guanajuato), presentato in concorso alla Berlinale 2015 e nelle sale italiane dal 4 giugno. Sin dai primi fotogrammi si nota la cura minuziosa del regista gallese e la sua cifra stilistica, volte a mettere in scena il paesaggio e non solo (danzando dal b/n al colore e poi di nuovo al b/n – la fotografia è curata da Reinier van Brummelen) e a introdurci nei dieci giorni che sconvolsero il cineasta sovietico Sergei Ėjzenštejn (ottimamente interpretato da Elmer Bäck).
Quest’ultimo si recò, nel 1931, a Guanajuato per dirigere il suo film ¡Que viva Mexico!, l’incontro con una nuova cultura lo portò sì a conoscere artisti come Frida Khalo, ma ancor più il suo corpo fino a scoprirsi e ad andare oltre certi limiti – e qui torna un altro tòpos di Greenaway: lo scabroso, in un mix tra sesso e morte (evocata e sfiorata). A ciò si aggiunse una rivalutazione della patria e del regime stalinista che lo fece avvicinare più alla condizione umana (basta pensare a “Aleksandr Nevskij” e alla trilogia di “Ivan il Terribile”).
Il regista di Goltzius and the Pelican Company (2012) offre un ritratto particolare di Ėjzenštejn, forse lontano da chi se lo immagina secondo gli stilemi sovietici (magari tutto d’un pezzo e rigido). In Eisenstein in Messico ci appare, infatti, come un uomo viziato che vuole puntare sulla sua fama internazionale per godere di privilegi e soddisfare i suoi capricci. Al contempo, però, questo gozzovigliare comporta delle difficoltà con il suo finanziatore americano, il romanziere Upton Sinclair: gli vengono messi in discussione i 160km di pellicola e ancor più gli viene contestato lo stile di vita promiscuo che avrà delle conseguenze tra cui il richiamo in Unione Sovietica e l’incompiutezza della pellicola. Dopo poco dall’arrivo in un albergo extralusso, Ėjzenštejn viene accusato di pornografia per via di alcune foto e lui risponderà: «Queste non sono fotografie ma quadri» e non è un caso che Greenaway gli metta in bocca questa battuta quasi a voler creare una linea immaginaria con il suo modo di fare e vivere il cinema – più come una contaminazione tra le arti – rispetto a ciò che ha caratterizzato il regista de La corazzata Potëmkin segnando la storia del cinema con il montaggio delle attrazioni.
Ecco, in Eisenstein in Messico l’artista gallese cerca di mettere in comunicazione dialettica il suo mondo con quello del cineasta sovietico e lo fa soprattutto attraverso un linguaggio di immagini e messe in quadro studiatissime, mosso dall’amore per il cinema, ma anche dalla sua sempre voglia di sperimentare con tecnicismi che omaggiano, talvolta divertono, affascinano e a tratti – di fronte a un uso troppo insistito – possono far calare un po’ attenzione.
Greenaway ricorre spesso allo split screen con lo schermo diviso in tre parti, gioca con gli specchi e le prospettive, oltre a dar vita a morbidi movimenti della macchina da presa che volteggia a 360° intorno al letto.
Man mano che i giorni in Messico scorrono, ponendo anche in rapporto le immagini originali con quelle ricostruite, il tono grottesco prende sempre più piede, Ėjzenštejn assume quasi il «physique du rôle» di un clown (richiamando anche un po’ la gestualità chapliniana) e gli atteggiamenti di un bambino nel paese dei balocchi che nel film assume più i caratteri della perdizione, in particolare per chi lo giudica dall’esterno. Se si pensa, però, ai momenti in cui appare in tutta la sua fragilità umana – vedi quello dell’iniziazione – ci fa cancellare l’idea algida e forse anche per lui stesso, compiendo quegli atti, ha significato allontanare una certa cultura e scoprire un altro sé.
Chissà cosa penserebbe il vero Sergei Ėjzenštejn se potesse vedere questo suo ritratto cinematografico… magari sorriderebbe proprio come il suo personaggio sullo schermo.

Maria Lucia Tangorra

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