Earwig

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Sorrisi di ghiaccio

Da qualche parte in Europa, metà del ventesimo secolo. Il cinquantenne Albert deve badare a Mia che di anni ne ha dieci. Vivono da soli in un grande appartamento: le persiane sono sempre chiuse, Mia non esce mai e la giornata scorre secondo un rituale immutabile. Ogni settimana, il telefono suona e una voce maschile interroga Albert sulla salute della ragazza. Finché un giorno la voce comunica ad Albert che dovrà portare la ragazza a Parigi.
Queste poche righe di sinossi sintetizzano alla perfezione quello che Lucile Hadzihalilovic ha deciso di raccontare nel suo terzo lungometraggio dal titolo Earwig, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Brian Catling, che i direttori artistici del Noir in Festival hanno scelto per aprire il concorso della 31esima edizione dopo i passaggi in altre prestigiose kermesse come Toronto e San Sebastián. Quelle presenti nel plot, infatti, sono le uniche informazioni e le sole coordinate che l’autore del libro prima e la regista poi consegneranno al lettore e di riflesso allo spettatore nell’intero arco narrativo a disposizione.
La cineasta francese ha preso in prestito le pagine dello poliedrico visual artist e scrittore britannico conservandone la trama criptica, fatta di personaggi volutamente non delineati e dal passato destinato a rimanere nell’ombra, di dettagli appena abbozzati e di indizi serviti con il contagocce attraverso due storie che si intersecano in temporalità sfalsate. Il tutto però plasmandolo, con la complicità in fase di riscrittura di Geoff Cox, a sua immagine e somiglianza. Quanto basta per allinearlo drammaturgicamente e soprattutto visivamente al suo modo di fare e concepire la Settima Arte, nel quale la componente sensoriale rappresenta un aspetto fondante, come già ampiamente espresso nei precedenti Innocence ed Evolution. Non a caso Earwig si apre con il dettaglio dell’orecchio di uno dei personaggi mentre ascolta una tempesta crescente di suoni: ticchettio quasi onnipresente dell’orologio, campane che risuonano in lontananza, scricchiolii del pavimento, respiri e deglutizioni, cristallo che canta. Il sound design con le musiche di Augustin Viard e Warren Ellis, alla pari della messa in quadro e la fotografia vintage e patinata di Jonathan Ricquebourg, diventano di fatto le parti del motore portante del racconto, molto più delle azioni.
Di conseguenza chi cerca una progressione lineare e di facile lettura, costruita su basi architettoniche classiche non è nel posto giusto e avrà presto la tentazione di abbandonarlo. I tempi lunghi, gli spazi angusti, i silenzi infiniti e le continue ellissi, sono gli ingredienti principali della ricetta portata sullo schermo dalla Hadzihalilovic. Ricetta, questa, che potrebbe non andare giù a molti commensali, respinti da un tipo di cinema che, pur abbracciando il genere, non può e non vuole essere alla portata di tutti. Earwig fa suoi i canoni e gli stilemi del noir degli anni Trenta e Quaranta, al quale si ispira e rende omaggio (vedi i titoli di testa) con accenti orrorifici e fantasmagorici. Per entrare in sintonia con un’opera come questa bisogna giocoforza accettare le rigide regole d’ingaggio. Solo a quel punto la si potrà apprezzare per quello che è, ossia un’esperienza filmica che lavora sulla tensione latente e sulle atmosfere, navigando a vista tra incubo e realtà, con quest’ultima che si fonde e si confonde con la dimensione onirica senza dichiarare mai la transizione.

Francesco Del Grosso

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