Dummy

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7.0 Awesome
  • voto 7

Logica da branco

La psicologia ha studiato a lungo le dinamiche comportamentali all’interno di gruppi più o meno grandi. A seconda del punto di vista, delle situazioni, delle azioni intraprese all’interno dei gruppi sono stati dati diversi nomi a queste dinamiche, “logica del branco” e “comportamento del gregge” sono le due definizioni più comuni. In sostanza il gruppo tende a seguire un comportamento quando questo è condiviso dalla maggior parte se non tutti i suoi membri. Molti comportamenti sociali, e positivi e negativi, vengono spiegati così, compresi comportamenti discriminatori quali sessismo e omofobia. Il lituano Laurynas Bareiša, voce eccentrica nel panorama del nuovo cinema europeo, con il suo cortometraggio Dummy (in originale Aktūrimas) , vincitore al 32° Trieste Film Festival del Premio Giuria PAG – Progetto Area Giovani del Comune di Trieste, proprio della logica del branco come base per il sessismo della società ci parla.
La pellicola inizia come un’opera di genere, con l’aiuto di un pupazzo senza volto un criminale ricostruisce l’orribile delitto commesso. La polizia, in effetti, in taluni casi organizza ricostruzioni di un delitto in loco. Verrebbe dunque da parlare di un’operazione catartica ripresa dal teatro greco antico, parlare e mettere in scena il racconto del male per produrre una catarsi, una purificazione delle persone che assistono da elementi negativi e nocivi presenti nel loro animo. E dunque parlare della violenza sulle donne senza metterla direttamente in scena per evitare un effetto grand-guignol e di spettacolarizzazione. Questo almeno in apparenza è l’intento del regista. Tuttavia, con il passare dei minuti un secondo intento si palesa con sempre maggiore forza e chiarezza. La scoperta avviene tramite l’accumulo di piccoli indizi che l’autore dissemina lungo il corso della pur breve pellicola; qualche battuta isolata nei confronti della collega poliziotta Migle, sporadico esempio di un greve umorismo nero? Un gesto che vuol sembrare gentilezza e non sfiducia. Epperò, le battute continuano e la regia sempre meno fotografa l’azione come un poliziesco e sempre più come una scampagnata domenicale, anche l’atmosfera tende a perdere sempre più l’aspetto thriller per diventare in qualche modo più rilassata. Tutto ciò produce un disagio nello spettatore che avverte questa distonia, prima in maniera più larvata, poi con sempre maggiore acutezza. Qualcosa non torna, ma cosa? Fatichiamo a capirlo e il regista non sembra intenzionato a semplificarci le cose, poi il finale, con le inquadrature che rendono esplicito l’isolamento di Migle, ci conducono all’epifania. È lei la protagonista e noi non stiamo giudicando il criminale bensì i poliziotti ed il loro atteggiamento maschilista, i quali, proprio per questo vengono filmati rilassati ed in accordo con quello che dovrebbe essere un pericoloso assassino. I poliziotti giudicano Migle, noi giudichiamo i poliziotti, in un gioco di specchi che ci mette di fronte ad una profonda stortura della nostra società senza pomposa retorica ma con asciutta compostezza.

Luca Bovio

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