Dumbo

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Dumbo torna a volare

Tra i titoli più attesi del 2019 v’è indubbiamente Dumbo, diretto da Tim Burton, prodotto dalla Disney, nonché remake del film d’animazione Dumbo – L’elefante volante del 1941, anch’esso che ha visto la luce grazie alla fortunata casa di produzione di Walt Disney.
Tutto, dunque, potrebbe far pensare a qualcosa di strepitoso, visto non solo quanto sia stato puntato sul presente lavoro già in fase produttiva, ma anche dato il cast stellare scelto per l’occasione: da Colin Farrell a Eva Green (ormai attrice feticcio dello stesso Tim Burton), da Danny De Vito fino a Michael Keaton (anch’egli una garanzia per il regista), senza dimenticare anche il grande Alan Arkin.

Eppure, volendo essere maliziosi, bisogna notare una cosa: sia la Disney (ormai lanciatissima a produrre remake in live action non troppo riusciti di fortunati film d’animazione del passato) che il buon Tim Burton (il quale, negli ultimi anni, ha avuto modo di farci storcere il naso in più di un’occasione) sembrano aver perso da tempo la loro tempra di una volta. Che sia di buon auspicio il fatto di “cooperare” al fine di realizzare il remake di un ottimo prodotto di più di settant’anni fa?
La risposta è subito data. E, purtroppo, malgrado l’indubbio appeal del presente lungometraggio, non è del tutto positiva. Ma andiamo per gradi.
La semplice e commovente storia del piccolo elefantino con le orecchie enormi, grazie alle quali si scopre ben presto in grado di volare, viene qui (per forza di cose, data la durata di poco più di un’ora del lungometraggio precedente) rimaneggiata e arricchita, con l’aggiunta di nuove trame e sottotrame che, di fatto, altro non fanno che rendere il tutto più sfilacciato e con frequenti – e piuttosto maldestri – cambi di registro.
Parallelamente alla storia del piccolo cucciolo di elefante, dunque, vediamo le vicende di Milly e Joe, due bambini rimasti orfani della madre e figli di Holt, uno stimato cavallerizzo circense tornato dalla guerra senza un braccio. Medici, il direttore del circo presso cui essi lavorano, ha da poco acquistato un’elefantessa incinta, che ben presto darà alla luce un cucciolo con le orecchie enormi. Il resto della storia lo conosciamo tutti. Eppure, quando il piccolo Dumbo riesce finalmente a volare esibendosi al circo, nel film del ‘41 siamo già alla conclusione della vicenda. Qui, invece, non siamo che a metà. Da questo momento in avanti, infatti, vedremo un proprietario circense senza scrupoli che tenterà di acquistare l’elefantino sfruttando la situazione a proprio favore.
Al via, dunque, insieme a un repentino cambio di focus, anche un pasticcio dietro l’altro, tra personaggi presentatici come decisamente negativi per poi trasformarsi di punto in bianco in aiutanti dei protagonisti, fino a escamotage per salvare il piccolo Dumbo e la sua mamma scritti in modo talmente raffazzonato da non trasmettere allo spettatore neanche un minimo di tensione. Per non parlare, addirittura, di imbarazzanti deus ex machina che altro non fanno che appiattire uno script già di per sé parecchio sofferente.
Se, inoltre, tema centrale del capolavoro del ‘41 era l’accettazione della propria diversità, qui la questione viene ben presto abbandonata (o, sarebbe meglio dire, persa di vista), per lasciare il posto alle suddette vicende, con una chiarezza di intenti debole fino all’inverosimile.
Discorso a parte, tuttavia, merita la regia di Tim Burton, vero valore aggiunto all’intero lavoro. Se, infatti, il regista ci aveva lasciato piuttosto interdetti con un altro remake della Disney, ossia Alice in Wonderland, all’interno delle ambientazioni circensi di Dumbo pare proprio trovarsi decisamente a suo agio, con tanto di riferimenti all’onirico,al gotico e, non per ultimo, al potente immaginario felliniano. Il circo, dunque, si fa subito luogo in cui l’immaginario burtoniano riesce a trovare un proprio soddisfacente compimento, con realizzazioni grafiche a dir poco magnetiche (a partire dal tenero elefantino), cupe e variopinte allo stesso tempo. Se soltanto ci fosse stata una degna sceneggiatura…

Marina Pavido

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