Dream Horse

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

La donna che sussurrava ai cavalli

Un film di uomini, cavalli, corse ippiche… giustamente la mente del cinefilo italiano galoppa spedita a Febbre da cavallo (1976) di Steno e anche a Febbre da cavallo – La mandrakata (2002) di Carlo Vanzina, ma questi due cult italiani c’entrano come la biada a merenda, almeno per quanto riguarda la trattazione dell’argomento e i toni narrativi. Dream Horse (2020) di Euros Lyn è palesemente un altro tassello filmico che ingrossa il genere cinematografico ippico, ma è più indirizzato verso una trattazione seria (è tratto da un fatto realmente accaduto) con ampie venature da commedia, ma comunque non di stampo ridanciano. Diciamo che la pellicola si può accostare, scomponendo gli elementi che la sostengono a Storie di cavalli e uomini (Hross í oss, 2013) di Benedickt Erlingsson, per quanto riguarda il sentimento tra equini e umani, e Seabiscuit – Un mito senza tempo (Seabiscuit, 2013) di Gary Ross, con riferimento a gare ippiche e per la notorietà che il cavallo ha ottenuto nella storia delle corse. Ma per quanto concerne il sentimentalismo, anche a L’uomo che sussurrava ai cavalli (The Horse Whisperer, 1998) di e con Robert Redford, e al dimenticato Champions (1984) di John Irvin, in cui un fantino e il suo cavallo si ammalavano contemporaneamente e poi riuscivano a ristabilirsi.

Dream Horse, come scritto poco sopra, è tratto da una storia vera, e per tanto la pellicola si può accostare anche a quelle piccole, soavi, commedie inglesi desunte da divertenti fattarelli di cronaca quotidiana avvenuti in piccoli sobborghi della brughiera, tipo Billy Elliot (2000) di Stephen Daldry, L’erba di Grace (Saving Grace, 2000) di Nigel Cole oppure Calendar Girls (2003) sempre di Nigel Cole. Legame anche per quanto riguarda il succo del discorso: non mollare per non affogare in una triste e grigia routine, perché se si ha inventiva e si lotta si raggiungerà il successo. In pratica un mantra che piace molto a quel pubblico che cerca uno stimolo emotivo per cambiare la propria vita. Dream Horse, sceneggiato da Neil McKay, usualmente screenwriter per serial televisivi, è proprio questo, un’altra divertente – e commovente – storia di rivincita, sia della protagonista e sia del cavallo Dream Alliance. Tutto sommato niente di nuovo ed eccezionale, soprattutto a causa di una sceneggiatura senza vere arguzie, che pare strutturata seguendo l’andatura dell’equitazione (passo-trotto-galoppo), ma non sempre l’andatura scelta è adatta al tempo del film, per tanto i momenti lirici sono troppo eccessivi, calcando su un sentimentalismo d’accatto. Un filino meglio la regia, che sebbene senza slanci, riesce a tratti a fotografare bene la monotonia del piccolo sobborgo, e alcune gare sono riprese con ottimo piglio. L’aspetto migliore della pellicola, che rende per lo meno godibile la trama, è il cast di attori, ben assortito e credibile. L’australiana Toni Colette regge bene il ruolo di una gallese qualunque, molto simile a un’anonima casalinga di Voghera che, sebbene le avversità (denaro, poco fiducia degli altri) s’impunta e coronerà il suo sogno. E anche il cast di contorno regge bene. Momento migliore e il “post-scriptum”, in cui gli attori, assieme ad alcuni veri personaggi della vicenda, cantano con enorme gaudio la hit gallese Delilah di Tom Jones.

Roberto Baldassarre

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