Dove eravamo rimasti

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7.0 Awesome
  • voto 7

La famiglia è (sempre) la famiglia

Per coloro che credono nei disegni del Destino, l’incontro artistico tra Jonathan Demme e la sceneggiatrice Diablo Cody pareva davvero un’eventualità quasi scontata, tante sono le affinità che legano il loro modo di vedere il cinema. Se l’intera, ormai corposa, filmografia del grande cineasta premio Oscar per Il silenzio degli innocenti (1991) si è sempre basata sullo spunto, assieme semplice e complesso, di inserire i propri personaggi in situazioni destinate ad una modifica irreversibile del loro percorso esistenziale, il medesimo assunto vale anche per l’ancor breve carriera di Diablo Cody, i cui script di Juno (2007) e Young Adult (2011) – tanto per citarne un paio a titolo esemplificativo – non fanno altro che descrivere con precisione alchemica un più o meno traumatico momento, ineluttabile, di crescita.
Dopo tali premesse ecco che pure l’attempata rockettara Ricki di Dove eravamo rimasti (il titolo originale Ricki and The Flash sposta l’attenzione sul gruppo musicale da lei capitanato), lungometraggio che sancisce l’unione dei due talenti, non sfugge alla regola del cambiamento, in questo caso un ritorno al passato dal quale potrebbe scaturire un nuovo futuro affettivo. Alla sterminata galleria di personaggi interpretati dall’icona Meryl Streep – cui peraltro va dato atto, oltre ad uno sconfinato talento recitativo proprio per questo talvolta a rischio manierismo, anche di una rimarchevole capacità di mettersi sempre in gioco – va dunque aggiunto quello di una madre ormai avviata alla definitiva età, la quale ha volutamente bypassato la normalità di una vita borghese in famiglia con marito ultrabenestante (Kevin Kline) e tre figli a carico, in nome di una libertà che solo la musica rock avrebbe potuto concederle. Il classico “richiamo all’ovile” arriva dunque sotto forma di crisi della figlia, sull’orlo di un collasso nervoso dopo un divorzio lampo frutto di un matrimonio sbagliato. Fatto, quest’ultimo, che darà vita a tutta una serie di situazioni sospese tra dramma beffardo e commedia acre.
Se il binario narrativo su cui si adagia Dove eravamo rimasti non brilla certo di particolare originalità, con prevedibili conti da regolare e angoli da smussare tra i vari personaggi, tutti sottoposti ad un continuo, prolungato bilancio esistenziale per l’intera durata del lungometraggio, nondimeno il vero cuore di un film dai molti e variegati pregi alligna invece nei dettagli, nei gesti e negli sguardi che solo un cineasta della sensibilità di Demme riesce a cogliere, tenendosi sapientemente lontano dalla stucchevolezza del prodotto ordinario; nonché da certi dialoghi assai pregni di significato e arricchiti da quelle battute fulminanti che sono un po’ il marchio di fabbrica di Diablo Cody (memorabile quella in cui, perfetta sconosciuta al matrimonio del figlio, Ricki risponde alla domanda su come lo abbia conosciuto “dopo un cesareo”). La messa in scena di Dove eravamo rimasti, insomma, conta ben più del suo contenuto, che può sembrare ad un primo sguardo banale e già visto. E quanto Demme sappia e voglia giocare sul confine quanto mai labile tra finzione e realtà è dimostrato anche dalla scelta di tale Mamie Gummer ad interpretare nel film la parte della figlia di Ricki: la ragazza, infatti, altri non è che la vera figlia di Meryl Streep, peraltro riconoscibile da subito per una somiglianza davvero impressionante. Non l’unico elemento capace di donare un’aura di piacevole sincerità ad un’operazione che, in altre mani, avrebbe potuto facilmente deragliare verso i territori insulsi della sitcom a carattere famigliare.
Aggiungiamo a tutto ciò anche una colonna sonora da urlo, con Meryl perfettamente in grado di prendersi il proscenio dimostrando pure di possedere un’ugola affatto malvagia e un’ottima padronanza nell’uso – almeno apparente – della chitarra, ed ecco che risulta praticamente impossibile non consigliare i cento minuti di buon vecchio cinema offerti da Dove eravamo rimasti: del resto quello che le scelte di vita tolgono il rock autentico poi restituisce con gli interessi. Elementare, no?

Daniele De Angelis

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