Don’t Cry, Pretty Girls!

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8.0 Awesome
  • VOTO 8

Beat generation all’ungherese

La libertà espressiva e la profondità di una cineasta come Márta Mészáros hanno raggiunto il pubblico italiano, diciamo pure quello più cinefilo, relativamente tardi. Sebbene Adozione (Örökbefogadás) già nel 1975 abbia vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino, ancor più significativa è stata tra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 la distribuzione in sala dei tre magnifici Diari. Ovvero Diario per i miei figli (Napló gyermekeimnek, vincitore nel 1984 del Grand Prix Speciale della Giuria al 37º Festival di Cannes) Diario per i miei amori (Napló szerelmeimnek, 1987) e Diario per mio padre e mia madre (Napló apámnak, anyámnak, 1990).
Come nel caso di Schlöndorff e in misura forse persino maggiore, l’omaggio del Bergamo Film Meeting 2021 alla regista ungherese ci ha permesso di (ri)scoprirne alcune gemme realizzate agli esordi della carriera, misconosciute in Italia, ma dotate ancora oggi di una freschezza incredibile. Tale è il caso di Don’t Cry, Pretty Girls! (Szép lányok, ne sírjatok!), girato nel 1970 e accreditato quale suo terzo lungometraggio.

Esempio di Beat generation all’ungherese. “Musicarello” d’autore. Rigurgito di Nouvelle Vague dalle inflessioni pop, ma non scevro di riferimenti colti. Scherzosamente si potrebbe definire in tanti modi diversi, questo Don’t Cry, Pretty Girls!. Márta Mészáros, che era già sposata da anni a un vero e proprio monumento del cinema magiaro, Miklós Jancsó, pare aver captato qui certe tensioni coeve dell’universo giovanile, trasferendole in un linguaggio cinematografico arioso, personale, capace di scivolare con leggiadria dal versante introspettivo al ritratto generazionale.
La pellicola possiede un movimento interno che, prima di indugiare euforicamente nel “nuovo”, esplora con placida cura lo status quo precedente, determinato tanto da valori tradizionali che dalle rigide maglie della società socialista. Abbiamo così le scorrevoli ma intense sequenze del lavoro o della vita in famiglia. A seguire i momenti di relax che coinvolgono una comitiva di ragazzi. E l’obiettivo si restringe gradualmente su una giovane coppia, apparentemente coesa, che come si usava un tempo ha cominciato a pensare presto al matrimonio… forse troppo presto, considerando che lei non appare del tutto soddisfatta, anzi, ha già cominciato a cedere alle lusinghe di un fascinoso coetaneo, ben inserito nel giro dei concerti e delle nuove correnti musicali.

Abbiamo pertanto un gruppetto di giovani scapestrati, tra cui due fidanzatini e un terzo incomodo, che nel tempo libero vanno a caccia di piccole trasgressioni e di esibizioni delle band musicali beat allora in voga, seguendole anche in tour o presso qualche modesta “Woodstock” campagnola. Juli, la ragazza, si lascia sempre più andare, tutta presa dalle attenzioni di quel latin lover di provincia. Ma il “tango della gelosia”, ben camuffato dietro le sonorità pop, è ormai dietro l’angolo assieme all’ormai improrogabile redde rationem
Lo sguardo di Márta Mészáros, tanto registicamente maturo da sposare l’irrequieto stile di vita dei ragazzi, nel bene e ne male, si poggia con maestria sulle baruffe tra fidanzati, sulle fughe avventurose, sulle turbe di adolescenti accalcati ai concerti, sulle risse che si scatenano all’improvviso per placarsi poi con altrettanta rapidità. E, antropologicamente attento alla particolare cornice ritratta, un simile sguardo ne fa emergere con forza anche gli innovativi stimoli culturali, nonché le latenti ribellioni ai canoni stabiliti dalla generazione precedente. Laddove, però, retaggi tradizionali e desiderio di novità si accavallano spesso creando nodi all’apparenza inestricabili. La musica delle band emergenti è infatti assai presente nel film, fino a inondarlo di suoni aggressivi dal palco, di ragazzine urlanti nel pubblico, di canzoni le cui stesse tematiche possono destare sorpresa. Già, perché nei testi (e vogliamo chiudere proprio con questa curiosa notazione sociologica) esce fuori sia un spleen giovanile portato all’estremo, sia la tutt’altro che scontata rilettura di classici della letteratura ungherese, vedi i versi del poeta Attila József. Come a ribadire una “specificità magiara”, anche nell’andare controcorrente.

Stefano Coccia

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