Dolemite Is My Name

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Punta alla luna, Dolemite!

Black people absorb light, white people reflect light. Molto, se non tutto, di Dolemite Is My Name è racchiuso in quest’affermazione, contenuta nel film stesso. Affermazione che, calata nel contesto americano, pone l’accento sull’annosa e quanto mai attuale questione delle differenze etniche e sociali interne al paese, ma che, una volta rapportata alla Los Angeles degli anni ‘70, vale a dire lo sfondo dell’opera firmata da Craig Brewer, è da riferirsi più esattamente alla realtà del cinema, della sua industria e dei suoi meccanismi. Perché (anche) di questo si occupa Dolemite Is My Name, frizzante biopic dai toni esilaranti e scatenati che vede il ritorno di Eddie Murphy alla recitazione cinematografica tre anni dopo Mr. Church. Ed è senz’altro un grande ritorno quello del comico di Brooklyn, anche produttore del lungometraggio, in un ruolo che sembra calzare alla perfezione fin dalle prime battute sia a lui che alla sua carriera.
Rudy Ray Moore (Eddie Murphy) è commesso in un negozio di musica a Los Angeles, incarico che sta stretto alle sue ambizioni di cantante e cabarettista. La sera introduce le serate musicali al Californian Club, senza che il suo umorismo, di gusto un po’ vintage e datato, riscuota grande successo. Tutto cambia quando Rudy si rende conto che le battute volgari e popolaresche di un senzatetto che frequenta il negozio in cui lavora (interpretato da Ron Chepas Jones, attore caro ai fan di Mr. Robot) possono diventare un inesauribile patrimonio di comicità, a patto che vengano limate. Appropriandosi e rielaborando tale materiale, dunque, Rudy raggiunge rapidamente il successo nei ghetti afroamericani di buona parte dell’America, dando vita al personaggio di Dolemite. Il consenso è tale che Rudy decide che è arrivato il momento di tentare il grande salto dai teatri di quartiere al cinema. Ma la cosa non è affatto semplice e scontata, soprattutto a causa del genere di film che intende realizzare.
La vicenda umana di Rudy Ray Moore, figura realmente esistita e nemmeno tanto di secondo piano in quel periodo, è la vicenda di un uomo che ha visto i propri desideri e ambizioni perennemente frustrati, fin dalla giovanissima età, e che, nonostante tutto, ha intenzione di averla vinta, andando a testa bassa contro tutto e tutti pur di realizzare i propri sogni. Murphy, appesantito nel fisico come il suo personaggio, riesce a restituire la vitalità di Rudy attraverso le proprie doti istrioniche indiscusse e per nulla appannate.
La vitalità del protagonista di Dolemite Is My Name è anche quella dei ghetti neri degli Stati Uniti, un’intera fetta di popolazione che è portatrice non solo di una cultura ma anche di un umorismo e di una comicità impossibili da intendere per i bianchi. Brewer e i suoi sceneggiatori (Alexander Scott e Larry Karaszewski, autori, tra gli altri, di Ed Wood e Man on the Moon, non certo gli ultimi arrivati, insomma) sono bravi ad esprimere questo contrasto interno al popolo americano. Particolarmente significativa e riuscita, a questo proposito, risulta la scena nella quale Rudy e i suoi amici e collaboratori vanno al cinema a vedere Prima Pagina, il capolavoro di Billy Wilder che, in ogni caso, non li diverte, distante com’è dal loro retroterra culturale. È allora che Rudy decide che è il momento di tentare la via della settima arte per regalare a una consistente parte del pubblico afroamericano l’intrattenimento che apprezza e che fa difficoltà a reperire. La luce del proiettore traghetterà finalmente sullo schermo qualcosa di nuovo e in, qualche modo, anarchico.
Dolemite Is My Name è una dichiarazione d’amore non solo al cinema di genere, al blaxploitation, ma al cinema tutto e nello specifico al fare cinema, al girare i film, allo sporcarsi le mani e al darsi da fare per realizzare un’idea, brillante quanto sgangherata. In questo senso la parte più divertente del film è senza dubbio quella che descrive le (letteralmente) esplosive riprese del primo lungometraggio di Dolemite, che vedono come teatro di posa e quartiere generale il malridotto Dunbar Hotel, simbolo decaduto dell’intrattenimento afroamericano. Il cinema da realizzarsi costi quel che costi, prendendosi tutti i rischi che servono e anche quelli che non servono, rubando perfino la corrente elettrica dal vicino di casa, se necessario. Ed è in questo insolito entourage che accompagna Dolemite, diviso tra giovani studenti di cinema UCLA, vecchie comparse che s’atteggiano a mo’ di grandi star e neo-attrici procaci che temono la cinepresa perché non vorrebbero essere fotografate (e, si sa, un film è fatto da ben «ventiquattro foto al secondo») che nasce la piccola grande rivoluzione di Rudy Ray Moore, il primo dei suoi molti film, il cui stile porterà a definire il suo autore come il “padrino del rap” per la maniera in cui accoppia in rima le sue battute. Non è un caso, del resto, che una comparsa in Dolemite Is My Name la faccia anche il rapper Snoop Dogg, quasi a sancire un debito artistico del genere musicale in questione.
Distrutto dalla critica ma portato in cielo dal botteghino, Rudy “Dolemite” Ray Moore raggiunge un duplice scopo: la rivincita personale verso la sfortuna e i dinieghi che gli si sono susseguiti davanti nel corso dell’esistenza e l’affermazione di una comicità e di un intrattenimento prima sotterranei e poi rivelati alla luce con tutta la loro carica beffarda, anticonformista e anche eversiva nei confronti di una società, quella americana, profondamente divisa e divisiva, come ben possiamo osservare anche ai nostri giorni. Con sé, dunque, il film di Brewer porta una morale, che non ha timore di rendere esplicita nel finale: puntate alla luna e, se non la prendete, aggrappatevi a qualche stella.

Marco Michielis

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