Divagante #12: THE WATCHER IN THE WOODS di John Hough

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Chi dimora in quel bosco?…

Quando nell’estate del 1979 John Hough s’apprestava a dirigere The Watcher in the Woods, curioso mix d’orrore e fantascienza basato su un romanzo di Florence Engel Randall, mai avrebbe immaginato di trovarsi sull’orlo di un’esperienza ai limiti del paradossale. Una lavorazione tutto sommato tranquilla – il che non era scontato, data l’austera e ponderosa partecipazione di Bette Davis (e per inciso: sulle numerose eccentricità della diva sono illuminanti alcuni passi del godibilissimo Do You Want It Good or Tuesday? di Jimmy Sangster) – cui sarebbero seguite una congerie d’avventate decisioni e (in)oppurtuni ripensamenti, leggasi rimaneggiamenti post-produttivi tali da assumere le ipnotiche proporzioni di un incubo surrealista. Un po’ come quelle linee parallele tracciate da una forchetta nell’hitchcockiano Io ti salverò, Hough stava per prendere un sentiero obbligato al termine del quale lo attendevano amare (anzi amarissime) delusioni. Una pellicola privata d’un breve ma sostanziale segmento nel finale e comunque data in pasto al pubblico e alla critica, quindi ritirata e modificata in maniera arbitraria, corriva. Un film, quello giunto sugli scaffali delle videoteche di casa nostra con il titolo Gli occhi del parco, già alterato all’origine e poi definitivamente violato (meglio violentato), apparentemente genuino ma in realtà, una volta addentato, del sapore insieme acre e corrotto tipico delle occasioni mancate.

Cineasta di innegabile talento, mestiere e rapidità d’esecuzione, il che non guasta mai, Hough aveva alle spalle una lunga carriera a cavallo tra due continenti, cominciata come aiuto nell’uggiosa madrepatria d’Albione, sbocciata sui set mirabolanti di Agente segreto e giunta poi alle assolate distese californiane di Burbank. Aveva diretto mostri sacri del piccolo e grande schermo: da Peter Cushing a Orson Welles, da Peter Fonda a Ray Milland, da Sophia Loren a John Cassevetes, e poi Christopher Lee, Roddy McDowall, Donald Pleasence, Robert Vaughn, Patrick McGoohan, Max von Sydow. Tra le sue fatiche «Stuntman Mike» citerebbe senza dubbio Zozza Mary, Pazzo Gary, delirante B-movie on the road dalla fama (in questo caso non del tutto meritata) di cult assoluto, ma in questo caso è preferibile, o per meglio dire più calzante, ricordare l’esperienza hammeriana nel truce Le figlie di Dracula e, in particolare, il negletto e fondamentale Dopo la vita, tra i più asciutti, vigorosi e squisiti esempi di racconto sul tema sempreverde della Casa Infestata mai apparsi sullo schermo. Alla base era non a caso l’afflato seminale – e mai troppo rimpianto – di Richard Matheson, ma questa, come si dice, è un’altra storia. Basti a dire che il genere horror era certo nelle corde di Hough. E qui sta la prima anomalia. Perché a produrre The Watcher, udite udite, è la Walt Disney Company.
Non la Disney che conosciamo oggigiorno, sia ben chiaro. Quell’infallibile Divoratrice di Mondi che non conosce sconfitta né affanno, perennemente affamata di un appetito insaziabile non dissimile da quello che animava il Pennywise di kinghiana memoria. Lo Studio di Burbank attraversava una fase transitoria, di congiuntura, fatta di artistiche incertezze e traballanti fondamenta strutturali, a loro volta destinate a franare in significativi scivoloni commerciali. Curiosa l’industria: oggigiorno tra gli incassi da capogiro dello Studio figurano le tronfie rimasticature dei Classici animati ridotti a volgari elaborazioni computerizzate prive di qualsivoglia magia, di pathos, emozione. Ogni riferimento a quel Re Leone che proprio in questi mesi sta sbancando, anzi sbranando (e tanti saluti al caro vecchio Cerchio della Vita) i botteghini di mezzo mondo non è affatto casuale. Che poi, in sintesi, tutto si può ridurre a qualcosa del tipo: meglio andare sul sicuro, ripetersi all’infinito, anche a costo di prendere (e prendersi) per i fondelli.
L’esatto opposto di ciò che la Disney, con risultati a dire il vero altalenanti, per non dire catastrofici, fece in quegli anni complicati, quando persino i Grandi Classici venivano per così dire assemblati con il freno a mano tirato, ovverosia con un occhio (e a volte due) al portafoglio. Il che, e si perdoni la canonica divagazione, non ha svilito, anzi, la loro bellezza: si pensi al delizioso Robin Hood che riesce a fare della propria ammirevole asciuttezza un pregio impagabile, dalle animazioni riciclate da Il libro della giungla alle musiche – puntellate dagli interventi del Gallo Cantastorie – spogliate di qualsivoglia sovrastruttura o magniloquente arrangiamento. Fatto sta che in quegli anni germoglia ai piani alti dello Studio il desiderio d’imboccare sentieri sin lì inesplorati. Un Salto nel Buio riducibile a un confronto tra entità apparentemente inconciliabili, polari.
La Disney da una parte, l’orrore dall’altra.
«Apparentemente» perché la Disney, e in particolare la Disney dei capolavori supervisionati da Walt, personalità contraddittoria quanto pittoresca (ma alcuni direbbero, e con più d’una ragione, semplicemente cinica) su cui negli anni si sono versati i proverbiali fiumi d’inchiostro, ha raffigurato sin dagli esordi, e con un vigore non di rado impressionante, gli aspetti più spaventevoli della Natura; in special modo con un piglio impressionista che emerge in tutta la sua enfatica e sublime visionarietà nella splendida sequenza dove le angosce di Biancaneve si trasfigurano in una foresta maligna che non è affatto peregrino definire orrorifica tout court. E che dire della nottata a Monte Calvo tuttora scelleratamente epurata dalle proiezioni casalinghe dedicate ai piccini impressionabili? Eppure nel nostro caso si va ben oltre. Gli intenti, per così dire, sono ancor più tranchant.

«Potrebbe essere il nostro Esorcista», azzardò con un brillìo nello sguardo il produttore Tom Leetch discutendo con l’executive Ron Miller il romanzo “A Watcher in the Woods” di Florence Engel Randall.
Ma come in ogni Studio che si rispetti gli uffici che contano sono parecchi, e in alcuni di questi mancava, per rifarsi alle vicissitudini d’un celebre archeologo, il coraggio di saltare dalla Testa del Leone. Ripensamenti e scelte discutibili, dicevamo in apertura. Ebbene, la prima di queste si consuma ancor prima di battere il primo ciak. Brian Clemens scrisse un copione che la Disney ritenne eccessivamente sbilanciato sul lato della suspense, cosicché subentrò, con lo scopo d’edulcorarlo, Rosemary Anne Sisson (in seguito Gerry Day lo ritoccò una terza volta poco prima di scendere sul set). Hough, che per la Disney aveva firmato Incredibile viaggio verso l’ignoto e Ritorno dall’ignoto, diede il la alle riprese nell’agosto ’79. Si gira in Inghilterra, e tra le location spettrali e affascinanti spicca la magione di Ettington Park, nel Warwickshire, già sfruttata da Robert Wise ne Gli invasati. E così, per le dodici settimane previste dalla schedule, il regista si baloccò con i tradizionali espedienti del genere, dai sussurri nella notte agli specchi che riflettono fantasmatiche presenze, evocando quella che, per lo meno fino alla chiusa, è di fatto una tipica ghost story. Brividi e tensione si miscelano nelle sinistre vicissitudini del compositore David McCallum, che si stabilisce con la moglie Carroll Baker e le due figliolette in una villa goticheggiante di proprietà della Davis, la quale alloggia al vicino cottage. La magione è circondata da un bosco, tanto romantico quanto spettrale, dove dimora una presenza impalpabile: gli occhi del parco, appunto, o per meglio parafrasare il titolo originale, Colui che Guarda nel Bosco. E noi siamo pronti a scommettere che sì, non può che trattarsi dello spirito inquieto della figlia della Davis, misteriosamente scomparsa anni prima. Ma la giovane Jan (per il cui ruolo fu annunciata Diane Lane, sostituita in extremis dalla fulva Lynn-Holly Johnson, prossima Bond Girl nel notevole Solo per i tuoi occhi) scopre che una misteriosa entità aliena (Colui che Guarda, ça va sans dire) ha involontariamente imprigionato la fanciulla in una sorta di dimensione parallela. Un Altro Mondo che pronubi gli annunciati e sorprendenti effetti speciali, avrebbe dovuto palesarsi al termine del film…

Pensato come un tv-movie e dirottato sul grande schermo a una settimana dall’inizio dalle riprese, The Watcher esordisce in anteprima allo Ziegfield di New York il 17 aprile 1980, in occasione del cinquantesimo anniversario di carriera di Bette Davis. Si può dire che la Disney corse contro il tempo per centrare l’obiettivo imposto dal calendario. E quella gara, ahinoi, finì miseramente per perderla. I resoconti della prima – così come molte delle critiche, che non lesinarono commenti al vetriolo sull’aspetto (eso)scheletrico dell’insettone alieno – descrivono una platea che al termine del film era avvolta da una sorta di torpore disorientato. Nessuno parve capire il finale: un finale sciaguratamente alleggerito delle sequenze ambientate nell’Altro Mondo. Impossibilitata a ultimare gli effetti nei tempi previsti, infatti, Mamma Disney aveva risolto cassando ogni riferimento visivo alla dimensione dell’alieno. Va da sé che nel periodo in anteprima allo Ziegfield, conclusosi mestamente il primo maggio, The Watcher incassò la miseria di 42,000 dollari. La Disney corse ai ripari. Ma la soluzione, come spesso accade, si rivelò assai peggiore del problema. Sarebbe stato preferibile, leggasi più semplice e razionale, ultimare gli effetti e restituire una filologica dignità al copione originale. Ma a proposito di «occhi al portafoglio» (il film era già costato oltre cinque milioni di dollari), si decise d’alleggerire ulteriormente il montato e ritentare la sorte. Come si dice, non c’è miglior sordo di chi non vuol sentire. Alle nuove sneak preview fu ancora l’epilogo, prevedibilmente, a destare le maggiori perplessità. E così, con subitanea decisione d’imperio, il film venne «cancellato» e rimandato a data da destinarsi. Per soddisfare l’appetito degli esercenti la Disney, ormai rassegnata a investire nuovi fondi nel progetto, anticipò la riedizione di Mary Poppins (prevista per la Pasqua ’81) e si mise al lavoro per riscrivere il finale. Hough era ormai fuori dai giochi. Toccò all’effettista Harrison Ellenshaw e al regista Vincent McEveety tappare le falle e affrontare i marosi. L’originale forma dell’alieno, organica e raccapricciante, rimane sul pavimento della sala montaggio; si approntarono delle riprese aggiuntive (compresa una nuova sequenza, semplice quanto efficace, per i titoli di testa) e si puntò su una chiusa leziosa quanto asettica, che non affascina, non spaventa, non meraviglia. L’Alieno di Luce, poi, lascia l’amaro in bocca. Stride con quanto visto in precedenza, ha un che d’incompiuto, di frettoloso, tirato via.
In questa nuova e definitiva veste, The Watcher in the Woods (ri)esordì sugli schermi nell’ottobre ’81. I risultati, raggelanti, non cambiarono. La buona confezione e l’atmosfera sinistra, lascito della professionalità del buon Hough, non bastarono. Cinque milioni l’incasso complessivo a fine corsa.
I film maledetti, avrà pensato un affranto Tom Leetch, hanno il vizio di rimanere tali.

Stefano Leonforte

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