Dio esiste e vive a Bruxelles

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6.0 Awesome
  • voto 6,5

Ecco la figlia di Dio

Provocatorio. Sentimentale. Ironico. Paradossale. Mellifluo. Naif. Ora alquanto arguto e ora del tutto disinteressato a celare le proprie ingenuità. Regista di successo che non sempre piace alla critica, il belga Jaco Van Dormael ci ha ormai abituato a spaccare in due le platee, con la sua miscela di deliziose invenzioni drammaturgiche e di astute concessioni al gusto del pubblico. Siamo sicuri che sarà così anche con quest’ultimo film, in cui pregi e difetti del suo fare cinema si accumulano nel corso del racconto, mantenendo sempre un certo livello di godibilità. A volte persino troppa, direbbero i detrattori. Partiamo comunque dal nostro approccio alla visione. Destinato ora a essere regolarmente distribuito anche in Italia, Dio esiste e vive a Bruxelles aveva già avuto un’apparizione degna di nota, dalle nostre parti, grazie al Trieste Science + Fiction 2015. Durante l’ultima edizione di questa apprezzata manifestazione cinematografica dedicata al cinema fantastico, il pubblico triestino ha dimostrato di gradire non soltanto la proiezione, ma anche il vivace preambolo con protagonista l’ospite Thomas Gunzig, chiamato da Van Dormael a collaborare con lui per la sceneggiatura del film. E di fronte a una sala gremita, nel raccontare con humour da dove sia venuta l’ispirazione per questo surreale racconto cinematografico, il brillante scrittore e sceneggiatore ha dimostrato di possedere una verve notevole, seconda soltanto a quella del cineasta russo Dmitriy Grachev (autore del fantascientifico Calculator), altro ospite di carattere la cui presenza a Trieste ha lasciato un segno.

Tornando però al film, di Dio esiste e vive a Bruxelles si fa notare in positivo la visione sarcastica e pungente della religione tradizionale, con un Creatore sadico, meschino, imbranato, che gli autori del plot hanno immaginato recluso in un appartamentino di Bruxelles, intento a progettare con l’ausilio di un computer le disgraziatissime vite degli uomini e la discutibile conformazione dell’universo. In ciò l’ingegnoso lungometraggio, che nel prosieguo rivelerà sempre più un tocco alla Amélie, ci ha ricordato senza però eguagliarla la cattiveria di un altro cult movie, The Acid House; ci riferiamo ovviamente all’episodio del film, diretto da Paul McGuigan e ispirato ai racconti di Irvine Welsh, in cui un Dio astioso e bastardo rivela i suoi intenti persecutori, mettendoli poi in pratica, al giovane, sprovveduto avventore di un pub inglese.
Nel film di Van Dormael vi è però una scappatoia, per il genere umano: a parte il ricordo di un Cristo fricchettone venuto forse troppo presto sulla Terra, il pessimo Dio biblico si ritrova comunque accanto una moglie divina paziente e fin troppo sottomessa, ma soprattutto una figlia ribelle che, pur bambina, saprà come cambiare l’andazzo delle cose.
La metafisica sfrontata, goliardica del cineasta belga si incarna quindi in una rivolta tutta al femminile che ha buon gioco, specie durante la prima parte del film, nel sovvertire determinate convenzioni borghesi e la cappa plumbea della religione ufficiale, manifestando poi un tocco sempre lieve, colorito e gradevole anche quando vengono introdotti temi tristi, situazioni psicologicamente pesanti. Più avanti si avvertirà invece, da parte dell’autore di di Toto le héros – Un eroe di fine millennio, un esagerato ricorso ai colori pastello, nel tratteggiare le parabole di redenzione dei protagonisti umani. E qui tocca dare di nuovo un po’ di ragione ai suoi detrattori. Ma neanche troppa, perché alla fine la vitalità e l’inventiva della messa in scena riescono ancora, di tanto in tanto, a riscattarne gli eccessi di zucchero.

Stefano Coccia

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