Dieci anni senza John Hughes

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Un Cinema irripetibile, un Autore indimenticabile

C’è una parola, magica e tragica assieme, che metaforicamente ricorre di continuo nella vita di John Hughes, scomparso ormai dieci anni orsono in una di quelle solite, maledette giornate d’estate dove l’afa opprime, l’aria ristagna e nulla sembra poter accadere. Quella breve parola, un sostantivo che può anche essere “aggettivizzato” all’occorrenza, è cuore. Quel cuore che cedendo d’improvviso se lo è portato via a soli cinquantanove anni, raggiungendo beffardamente nella triste sorte l’amico fraterno, coetaneo ed attore feticcio John Candy, anche lui scomparso per gli stessi motivi a soli quarantaquattro anni nel 1994. Ma soprattutto John Hughes aveva un grande cuore artistico, che batteva senza risparmiarsi sia per i suoi personaggi – tutti investiti di un affetto e di una solidarietà tipicamente “umanista” assai rare in un autore di cinema – sia per la platea, per quei fortunati spettatori che hanno ed avranno la fortuna di godersi opere che riuscivano ad abbinare divertimento – in alcuni casi autenticamente irresistibile – e profonda riflessione sulla vita e sui rapporti umani che la rendono degna di essere vissuta.
A dispetto di un beffardo destino artistico che lo vede ancora oggi regista a più riprese saccheggiato e citato ben oltre i limiti del manierismo; nonostante l’opinione di una certa critica paludata e “altolocata”, capace di considerarlo tuttora solamente come l’ideatore della macchinetta mangiasoldi Macauley Culkin della saga Mamma ho perso l’aereo (due episodi nel 1990 e nel 1992 di cui fu produttore e sceneggiatore, lasciando la regia a Chris Columbus), peraltro pellicole di puro intrattenimento che avevano assolutamente una propria ragion d’essere, John Hughes è stato un grande autore se non altro perché il primo e l’unico ad aver reso cinematograficamente tutte le sfaccettature di un universo composito come quello adolescenziale, gettandovi uno sguardo in grado di andare ben altro l’analisi spicciola del “made in U.S.A.”, ma anzi approdando felicemente a quella universalità descrittiva che ne ha decretato successo e fortuna presso il giovane (e meno giovane) pubblico di tutto il mondo.

Il John Hughes regista esordisce a trentaquattro anni con Un compleanno da ricordare (Sixteen Candles, 1984), lanciando una nuova futura star degli anni ottanta (Molly Ringwald) attraverso la storia apparentemente leggera di un compleanno dimenticato a causa di un matrimonio in famiglia e della scoperta dell’amore. Già era possibile notare comunque la ricerca del realismo nelle varie situazioni e l’estrema organicità nel disegno dei personaggi, ognuno ben caratterizzato e brillante di vita propria, come ad esempio il Geek interpretato dall’imberbe Anthony Michael Hall, adolescente finto spavaldo ma in realtà insicuro e sospeso tra primi desideri sessuali e ricerca di qualcosa d’altro. Nella sua opera prima Hughes gioca d’arguzia sul ribaltamento degli stereotipi: l’iniziazione sentimental-sessuale è osservata in prevalenza da un punto di vista femminile, così come i fatidici nudi della bellona di turno vengono spiati non dai soliti maschietti allupati in stile Porky’s bensì dalla protagonista, con un pizzico di malcelata invidia. Ogni cosa, alla fine, è destinata a rientrare nei ranghi di un epilogo positivo; ma, in questo caso, è il come si arriva alla coclusione a contare in misura ben maggiore.
L’anno seguente arriva il secondo film di una filmografia concentrata in meno di un decennio. S’intitola Breakfast Club (The Breakfast Club, 1985) e, per le tematiche affrontate e per alcune scelte stilistiche, diviene immediatamente un cult generazionale. La trama è nota: cinque ragazzi di un liceo di Chicago si ritrovano a trascorrere un sabato punitivo a scuola. Si conoscono, discutono, litigano, legano, si amano. Il film, assolutamente insolito ed originale anche a distanza di oltre un trentennio, è una superba commistione tra commedia giovanile ricca di energia e profondo dramma esistenziale. Affiora con maggior nitore uno dei sottotesti preferiti del cinema di Hughes, ovvero la cesura netta e non colmabile tra il mondo degli adulti e quello degli adolescenti. Si sorride, si partecipa, si percepisce il dolore di chi vede la famiglia non come un punto d’appoggio ma come una sorta di prigione dalla quale evadere più in fretta possibile. Un elemento negativo, quello famigliare, di cui l’istituzione scolastica può essere solo una propaggine. Pezzo di bravura registica da parte di Hughes il carrello circolare con cui descrive visivamente il momento in cui i ragazzi si confessano l’un l’altro i rispettivi problemi, creando la magia del feeling. Una ripresa fisicamente ad altezza adolescenziale, uno dei primi “Hughes’ moments” – e ce ne sono in tutti i suoi film, abilmente sottolineati… – cioè quei momenti narrativi di totale empatia tra personaggi e personaggi e, di conseguenza, tra personaggi e spettatori. L’epilogo, ad una prima lettura semi-trionfalistico, non toglie i dubbi sul futuro. Diventeranno adulti anche loro…
Ne La donna esplosiva (Weird Science, 1985), sciencefiction-comedy generalmente sottovalutata rispetto alle altre opere, in cui Hughes racconta della creazione di una bellissima donna artificiale (la fulgida Kelly Le Brock, nientemeno) da parte di due nerds timidi ed impacciati, risalta in maniera piuttosto evidente, pur mantenendosi fedele all’universo di riferimento, l’altra anima del regista: quella sardonica, iconoclasta e satirica presente soprattutto nelle numerose sceneggiature che Hughes scrisse, facendosi un nome, per la serie National Lampoon’s (quella, per capirci, con protagonista la famiglia Griswald capeggiata dal super-pasticcione Chevy Chase). E la lunga sequenza squisitamente trash della distruzione della bella casa borghese di uno dei due ragazzi protagonisti ad opera dei biker da incubo generati dalla bella Kelly per “svegliare” i suoi pupilli lo dimostra perfettamente, anche se tutto nel finale ritorna nell’alveo di una pseudo-normalità. Ma la strada intrapresa è quella del classico “coming of age”, le cose cambiano ed indietro non si torna. Rivisto ora La donna esplosiva rende perfettamente l’idea degli umori che si alternavano negli irripetibili anni ottanta. Un divertente residuo archeologico da studiare e rivalutare proprio alla luce di quel decennio magicamente “irregolare”.
La sete di ribellione giovanile decantata da Hughes tocca il suo apice – sembrerà strano poiché si tratta di una commedia tout-court, sia pure con decisive licenze poetiche – in quello che probabilmente è il suo capolavoro: Una pazza giornata di vacanza (Ferris Bueller’s Day Off, 1986), in cui il protagonista Matthew Broderick (alle prese con il ruolo della carriera, quello del mitico Ferris Bueller del titolo originale) decide di prendersi un giorno di libertà dalla scuola, coinvolgendo nelle scorribande la fidanzata Sloane e l’amico del cuore Cameron. Ma c’è un ma: il sospettoso preside dell’istituto si mette sulle loro tracce… Giocato magistralmente su una sceneggiatura dai ritmi, tempi comici e battute impeccabili, ma anche sul contrasto di caratteri tra personaggi (“vincente” Ferris, “perdente” Cameron, figura alla quale non a caso sono riservati i momenti più pregnanti del film), Una pazza giornata di vacanza non fa nulla per celare la profonda distonia tra anarchica e gioiosa individualità e grigio ordine sociale da piena era edonistica-reaganiana. E la distruzione finale, accidentale ma non troppo, della Ferrari su cui i tre ragazzi fuggono per il loro giorno di evasione, sorta di status-symbol malsano di proprietà del padre di Cameron, oltre allo sberleffo finale all’odiata istituzione scolastica per l’occasione simbolizzata dalla figura del preside carogna (ben più efficace del professore di Notte prima degli esami di Fausto Brizzi, che cita il film di Hughes a più riprese!), non può far altro che far scattare tutti i meccanismi identificativi possibili nel pubblico giovane. Con relativo giubilo portato davvero ai massimi livelli…
Quasi avesse chiuso con Una pazza giornata di vacanza la perfezione del cerchio, per l’opera successiva Hughes utilizza per la prima volta solo interpreti adulti nei ruoli principali. Nello spassoso e memorabile Un biglietto in due (Planes, Trains and Automobiles, 1987) John Candy e Steve Martin danno vita ad una coppia che, sia pur per un solo film, raggiunge vertici di affiatamento recitativo che non si vedevano dai gloriosi tempi di Stanlio e Ollio. Ma il film è anche e soprattutto una storia, narrata quasi in tempo reale, sulla nascita e l’evoluzione di un rapporto umano tra due tipologie di caratteri totalmente differenti: nel raccontare il tormentato ritorno a casa per la festa del Ringraziamento di Neal Page, un manager piuttosto snob (Steve Martin), perfetta incarnazione dell’allora imperante yuppismo, venuto casualmente a contatto durante il viaggio con un logorroico commesso viaggiatore di nome Del Griffith (John Candy), Hughes ci spiega, senza il minimo intento cattedratico ma unicamente con la forza della sincerità, il significato di parole quali tolleranza, comprensione ed amicizia. E perdipiù lo fa in un film costellato di gag impagabilmente divertenti, straricco di umanità ed intelligenza.
She’s Having a Baby (1988) è la pellicola successiva di Hughes, rimasta inspiegabilmente inedita in Italia ma distribuita in vhs prima e dvd poi con il titolo di Un amore rinnovato, e pure trasmessa più volte in televisione, stavolta con il bislacco titolo di Tesoro, è in arrivo un bebè. Commedia esistenziale sull’amore, sulla necessità della famiglia e sulle responsabilità e le paure che la creazione di essa comporta, She’s Having a Baby è un’opera importante perché totalmente meta-cinematografica, in quanto Hughes vi mette in scena praticamente se stesso, la parte maggiormente intima della sua vita nonché la sua storia sentimentale ed affettiva. Scegliendo come suo alter-ego un Kevin Bacon assai somigliante – le foto lo testimoniano – a lui stesso nemmeno trentenne, Hughes ci parla delle difficoltà ad emergere nella vita di un aspirante scrittore, che guarda caso per tutta la durata del film proverà, riuscendoci nel finale, a scrivere un testo appunto intitolato She’s Having a Baby. Che è un film prezioso, oltre che divertente ed in alcuni frangenti autenticamente commovente, essenziale per comprendere meglio la formazione di una personalità artistica ma anche umana come quella di John Hughes.
L’anno seguente torna a formarsi la premiata coppia di John, Hughes e Candy, nel film Io e zio Buck (Uncle Buck, 1989), in cui l’autore mette in scena l’arduo rapporto tra una classica pecora nera di famiglia (Candy), tipico adulto mai cresciuto, e la famiglia alto-borghese – con tre figli di età variabile, dalla ragazza ribelle ai due under dieci – del fratello di lui, ben sistemata con villa di prammatica fuori Chicago, città natale di Hughes e location preferita di quasi tutti i suoi film. Due mondi, due generazioni che finalmente nel cinema di Hughes riescono a trovare, dopo parecchi sforzi, un punto d’incontro, un minimo comun denominatore per dialogare. Anche se appare abbastanza chiaro come ciò si debba alla natura candidamente infantile del personaggio a cui da vita John Candy, qui alle prese con un film di cui è protagonista assoluto e che ne esalta le magnifiche doti umane di mina vagante nel perbenismo dilagante nella società a stelle e strisce del tempo. Come in Un biglietto in due anche Io e zio Buck, infatti, si conclude con un fermo-immagine sul primo piano del personaggio di Candy, quasi una sorta di riconoscimento ad un attore e amico in cui Hughes ha riversato in toto tutta la fiducia nel singolo essere umano di cui poteva esser capace.

La breve carriera registica di John Hughes si conclude con La tenera canaglia (Curly Sue, 1991), opera in cui l’autore, fresco reduce dal travolgente successo come produttore del già menzionato Mamma, ho perso l’aereo, incrocia il baby movie al tempo in voga con l’omaggio al cinema puramente sentimentale di Frank Capra assieme a quello sensibile e illuminato nei riguardi dell’infanzia di Francois Truffaut, dal quale non a caso prende in prestito il compositore favorito, il francese Georges Delerue. Il plot de La tenera canaglia, come d’abitudine anche scritto da Hughes, è incentrato sulla figura di una piccola orfana, su quella del suo “tutore” – un simpatico truffatore di mezza tacca senza arte né parte – e sul loro, tanto casuale quanto fatale, incontro con un’avvocatessa di grido, cosa che genererà notevoli cambiamenti nelle rispettive esistenze. Il meno personale, come appena scritto, dei film di John Hughes si risolve ad ogni modo in un’opera godibile, da visione strettamente familiare in cui però non mancano sia le consuete stilettate all’insensibilità alto-borghese nei confronti dei meno abbienti che pure l’emergere della suprema convinzione da parte dell’autore che in fondo l’uomo sia molto meglio di come certe “rappresentanze sociali” vogliono farlo apparire.
Con questo film – e sono trascorsi ormai l’enormità di ventotto anni – si ferma la filmografia registica di John Hughes, anche se non si possono tralasciare alcune sue altre produzioni, sempre nate dalla sua penna, come la deliziosa rilettura fotoromanzesca Bella in rosa (Pretty in Pink, 1986), o la sua versione al maschile Un meraviglioso batticuore (Some Kind of Wonderful, 1987), entrambi dirette dal fido Howard Deutch.
John Hughes, questa è purtroppo l’amara verità, se ne andato dopo aver diretto soli otto film nel limitato periodo di sette anni di tempo. Ed una parte di noi, chi è stato adolescente all’epoca o chi ha scoperto il suo cinema tra le generazioni successive, se ne è andata con lui, senza possibilità di ritorno. Da cinefili insaziabilmente avidi quali siamo tutti – è una nostra prerogativa stretta – avremmo voluto da lui tanti altri film ancora; per deliziarci con prodotti di grande intelligenza che nel cinema contemporaneo mancano in maniera lancinante; ma anche, chissà, per prolungare ancora di un po’ la relativa spensieratezza della nostra gioventù. Non è stato possibile, ed oggi ci sentiamo sin troppo adulti, nell’accezione “negativa” che lo stesso Hughes dava nella maggior parte dei suoi film a questo stato anagrafico. E se abbiamo provato e stiamo ancora provando ad essere migliori, probabilmente la nostra generazione lo deve in parte alla visione delle sue opere.
Comunque è stato bello, anzi bellissimo, crescere assieme ai tuoi film. Grazie John, ovunque tu sia ora. Di vero cuore.

Daniele De Angelis

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