Demolition

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7.0 Awesome
  • voto 7

Distruggere per (tornare a) vivere

Oggetto cinematografico estremamente rischioso, questo Demolition firmato da Jean-Marc Vallée. Non tanto per il tema portante del lungometraggio – una difficoltosa elaborazione del lutto – già peraltro trattato in moltissimi altri film e quindi a forte rischio di mancanza di originalità; quanto proprio per il suo abbandonarsi anima e corpo al flusso di pensieri nonché alla parabola esistenziale del personaggio principale, il broker finanziario Davis che vede la sua vita cambiare profondamente a seguito della morte, per incidente stradale con lui stesso a bordo, della giovane moglie.
Molto simile, come impostazione narrativa, al precedente Wild (2014), il cineasta canadese prova a filmare ciò che in teoria non sarebbe riproducibile per immagini, cioè un percorso sia psicologico che fisico in grado di sovvertire, in senso sin troppo geometrico e letterale, l’ordine precostituito della vita di Davis (molto compreso nel ruolo Jake Gyllenhaal), giovane uomo “costretto” da scelte superficiali e coincidenze affatto cercate ad un’esistenza economicamente rampante che non sente sua e che sopporta estraniandosi da essa. La perdita della moglie, il quale padre è il fondatore della società dove Davis lavora, è vissuta in un certo senso come una liberazione dalle catene di un tracciato già precocemente segnato. Ecco allora che Davis intraprende una strada fatta di deviazioni e traiettorie sghembe, momenti tanto emotivamente unici quanto incomprensibili davanti allo sguardo di coloro che lo osservano a debita distanza. Fondamentale sarà l’incontro casuale con una donna, Karen Moreno (la spesso angelica e salvifica, nonché ricca di sfumature interpretative, Naomi Watts), la quale contribuirà a far vedere la luce in fondo al tunnel della via intrapresa da Davis. Ciò attraverso un rapporto di pura e platonica amicizia, con il decisivo supporto di un figlio adolescente con caratteristiche speculari a quelle di Davis, nonostante le differenze anagrafiche.
Vallée sceglie, come detto, il sentiero impervio dell’immedesimazione totale allo sguardo di Davis. Mescola arbitrariamente piani temporali, realtà e immaginazione del protagonista, forzando sino al limite del punto di rottura una sceneggiatura (opera di Bryan Sipe) che forse avrebbe privilegiato l’aspetto sentimentale sopra ogni altra cosa. E nonostante momenti in cui il plot pare arenarsi nelle secche della ripetizione, oppure nella rappresentazione di personaggi inseriti solo come orpelli non necessari al racconto (ad esempio il compagno, nonché principale sul lavoro, geloso e violento di Karen), va dato atto al regista dell’ottimo Dallas Buyers Club (2013) di riuscire al pari di pochissimi altri a filmare un cinema autenticamente introspettivo, scavando senza sosta ma con una sensibilità sempre ben visibile all’interno di uno o più personaggi fino a compenetrarsi alla loro essenza. Trascinando perciò con sé quegli spettatori ancora disponibili ad una visione puramente emozionale, composta da binari paralleli che solamente nel catartico (eccessivamente?) finale trovano il loro fatidico punto d’incrocio. Perché in fondo Demolition – il titolo si riferisce alla smania del protagonista di sapere come sono fatti dentro gli oggetti, per distruggerli ed avere la possibilità di ricrearli nuovamente da zero – somiglia molto ad una caccia al tesoro discretamente sui generis, dove il premio finale è forse il bene più prezioso: la riscoperta di un altro se stesso dietro quell’aspetto ipocrita al quale tutti, chi più, chi meno, veniamo costretti in pedissequo ossequio alle convenzioni sociali che ci appartengono. Sarà forse un “messaggio” anche troppo facile e in odor di prevedibilità, soprattutto nel nostro presente; tuttavia l’intensità e la convinzione con cui viene mostrato in Demolition, pur con diversi eccessi nei toni e nella misura, non possono lasciare in alcun modo indifferente chi riesce a guardare il film senza preconcetti per trasformarlo, a modo proprio, in un’esperienza da rielaborare soggettivamente e, anche per questa ragione, capace di lasciare un segno affatto trascurabile.

Daniele De Angelis

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