Daphne

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Il trionfo di Emily

In una Londra dei giorni nostri – che, insolitamente, ci appare molto meno caotica di quanto non sia in realtà – vive la giovane Daphne: una ragazza carina ed emancipata, di origini italiane, con una grande passione per la cucina e che, lavorando in un piccolo ristorante, sogna di diventare un grande chef. Ma è davvero tutto così perfetto nella vita di questa simpatica ragazza? O, in realtà, dietro un’apparente spensieratezza, si cela una grande solitudine, che, unita ad un forte bisogno di amore, è, di fatto, incredibilmente difficile da sopportare? Sarà un avvenimento traumatico ed inaspettato (l’accoltellamento, da parte di un rapinatore, del titolare di un piccolo supermercato) a mettere in crisi la giovane Daphne, costringendola a guardare in faccia la realtà e a prendere pian piano consapevolezza della propria vita e degli affetti che la circondano. È lei la protagonista di Daphne, appunto, interessante prodotto indipendente presentato in Concorso alla 35° edizione del Torino Film Festival e diretto dal cineasta britannico Peter Mackie Burns.
Un dramma psicologico indubbiamente non facile da gestire, questo messo in scena da Burns. Malgrado uno script tendenzialmente lineare, solido per quanto riguarda unità di azione e di luogo, è alquanto complessa da rendere sullo schermo l’interiorità di un personaggio come quello della protagonista: apparentemente serena e di larghe vedute, la vivace Daphne ha, in realtà, molti più blocchi emotivi di quanto possa inizialmente sembrare. A partire dal rapporto con sua madre, della quale sembra non voler accettare la malattia e con la quale finisce inevitabilmente per scontrarsi ogniqualvolta le capiti di incontrarla. Stesso discorso vale per quanto riguarda le relazioni con gli uomini: pur essendo particolarmente disinibita dal punto di vista sessuale, la ragazza sembra non riuscire a lasciarsi andare quando si tratta di mettere in gioco i sentimenti. Sarà compito dell’evento traumatico a cui la giovane donna assiste, lanciare un campanello d’allarme per indicare che c’è qualcosa che non va, per dare uno scossone all’esistenza apparentemente equilibrata della protagonista.
Personaggio particolarmente sfaccettato e complesso, la figura di Daphne funziona decisamente soprattutto all’ottima interpretazione della magnetica Emily Beecham e ad una regia che, grazie ad un gioco di primi piani e riflessi, contribuisce a regalarci un ritratto della protagonista vero e sfaccettato.
Il problema di un lungometraggio come Daphne, data la sua già menzionata complessità, è, appunto, quello di non riuscire a reggere la portata del tema trattato. Il risultato finale è un lavoro che, evidentemente spaesato nel raccontarci il cambiamento di un personaggio, finisce, man mano che ci si avvicina ai titoli di coda, per sgonfiarsi come un palloncino, con trovate eccessivamente semplicistiche e addirittura sbrigative. Prima fra tutte: la cena organizzata a casa dell’uomo aggredito, ormai perfettamente guarito, che si diverte, davanti alla famiglia, a creare una specie di teatrino mimando la scena – letta incredibilmente in chiave comica – della propria aggressione.
Peccato, dunque, che Daphne, con tutte le sue potenzialità, sia stato sprecato così. Più che il film di Peter Mackie Burns può essere considerato, dunque, come il film di Emily Beecham, ottimo trampolino di lancio verso un panorama internazionale per un’attrice che, a detta di tutti, ha talento da vendere.

Marina Pavido

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