Cry Macho – Ritorno a casa

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7.0 Awesome
  • voto 7

Al massimo in Messico

Macho non ha paura di fronteggiare nemici ben più prestanti di lui. Macho protegge un ragazzino con cui ha stretto un rapporto di amicizia. Macho vive in un Messico di frontiera, dove bisogna lottare per sopravvivere. Tuttavia Macho non è un personaggio impersonato da Clint Eastwood, regista ed interprete di Cry Macho – Ritorno a casa; bensì un gallo da combattimento disposto a tutto per la salvaguardia di Rafael detto Rafo, adolescente inquieto nella giungla di Mexico City.
Raccontato in questo modo, il nuovo film del sempiterno Clint potrebbe apparire come un passo ulteriore nella decostruzione del personaggio sul quale Eastwood ha edificato un’intera carriera, quello dell’eroe (o antieroe) coraggioso e tutto d’un pezzo poco propenso alla ritirata. Magari nella direzione insolita della parodia, forse l’unico genere ancora non frequentato da un regista ormai da tempo entrato nel Mito della Settima Arte. Ovviamente le cose non stanno così. Perché Cry Macho – tratto dal romanzo omonimo di N. Richard Nash e primo film di Eastwood non tratto da una storia realmente accaduta dai tempi di Hereafter (2010) – pur lambendo a più riprese i toni leggiadri di un buddy movie on the road, prende molto sul serio il classico confronto generazionale da molto tempo pilastro inamovibile del cinema eastwoodiano.
Mike Milo è un anziano cowboy, ex campione di rodeo che ha visto la propria carriera interrotta da un traumatico incidente. Un anno dopo, siamo alla fine degli anni settanta, averlo licenziato, il proprio datore di lavoro, in nome dell’antica amicizia, gli chiede di passare la frontiera dal Texas al Messico allo scopo di convincere suo figlio Rafo, che non vede da diversi anni, a stabilirsi da lui. Come Mike scoprirà cammin facendo ci sono interessi economici in ballo, e quello che ai suoi occhi poteva sembrare una sorta di riscatto morale nasconde qualcosa d’altro, oltre le insidie scaturite da un ambiente ostile.
Accolto con diffidenza negli Stati Uniti e poco pubblicizzato anche nel nostro paese, Cry Macho è un’opera per molti versi spiazzante. Se l’ultimo lungometraggio con Eastwood anche protagonista, Il corriere – The Mule (2018), poteva essere letto nemmeno troppo in controluce come un apologo intriso di soffusa amarezza sulla vecchiaia ed i tempi che inesorabilmente cambiano, questa sua ultima fatica rappresenta un’inversione di tendenza, quasi un sereno invito a vivere la vita sino in fondo anche quando si è giunti a pochi passi dall’inevitabile crepuscolo. Probabilmente proprio per questo motivo la sceneggiatura – firmata dal fidato Nick Schenk, oltre che dallo stesso autore del romanzo – in alcuni momenti fornisce l’impressione di procedere per stereotipi e non approfondire alcuni spunti rilevanti, come ad esempio le violenze subite dal giovanissimo Rafo. Evidentemente l’intenzione di Eastwood non è quella di caricare il film di istanze drammatiche, come accaduto nel classico Un mondo perfetto (1993), bensì di lavorare in sottrazione fino a raggiungere una stato ideale di leggerezza, non trascurando un messaggio politico di fratellanza Tex/Mex (almeno nelle rispettive parti migliori) che poco piacerà a chi ancora vuole issare muri a separare due popolazioni assai simili. In fondo, più che un desiderio di riscatto, Cry Macho mette in scena una sottile utopia: non solo quella di un eroico galletto autonominatosi protettore di un giovane alle prime esperienze di vita, ma soprattutto la speranza di trovare un proprio, piccolo, posto sentimentale nel mondo persino a pochi giri di lancetta dal termine nel grande orologio che delimita un’intera esistenza. Oltre a tramandare la propria esperienza ad un altro essere umano, come si confà alle persone di spessore.
Non sappiamo, in tutta onestà, se Cry Macho – Ritorno a casa debba essere considerato un film di transizione, girato – ricordiamolo – da Eastwood ad oltre novant’anni di età. Di certo c’è quel sorriso, teneramente complice, disegnato sulle labbra che difficilmente abbandonerà gli spettatori anche parecchio tempo dopo la parola fine di un’opera certamente imperfetta ma realizzata con sincerità e sentimento davvero disarmanti.

Daniele De Angelis

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