Corona Days

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8.0 Awesome
  • voto 8

Cinediario del contagio

Da ieri l’altro, giovedì 7 maggio, è disponibile sulla piattaforma Indiecinema il nuovo film di Fabio Del Greco, Corona Days. Ci eravamo occupati del suo cinema autarchico e resistente non molte settimane fa, dopo aver visionato La donna dello smartphone. Poche settimane, ma pare già un secolo. Perché da allora le nostre abitudini (cinefile e non) sono state completamente stravolte da un’emergenza (o magari dittatura, a seconda dei punti di vista) sanitaria che ha temporaneamente annullato qualsiasi istanza di aggregazione sociale, accentuando quella vocazione monadica e solipsistica della società contemporanea malauguratamente già emersa da tempo. Dato ciò, sarebbe forse riduttivo definire quello appena realizzato un instant movie, anche se in parte lo è: trattasi in ogni caso di uno sguardo in soggettiva su quel mondo folle, che il dilagare dell’epidemia a livello globale ha reso ancora più schizofrenico e vulnerabile.

Ovviamente chi scrive ha a cuore, come tutti, la salute pubblica, eppure l’operato del governo italiano, così fiacco agli inizi della pandemia e poi quasi isterico nell’accumulare divieti su divieti, qualche dubbio sulle proprie capacità organizzative e sulla sua visione d’insieme, può averlo legittimamente posto.
In Corona Days un film-maker genuino e istintivo come Del Greco ha raccolto i frutti dell’eccentrico “cinediario” realizzato nelle settimane di quarantena, filmando la sua solitudine molto da vicino, e a distanza di sicurezza quella di sodali e “congiunti” (decisamente sapidi i collegamenti con la fidanzata e con gli amici artisti, su tutti una Chiara Pavoni la cui epifania pure qui lascia il segno), giusto per citare un termine diventato tristemente di moda; ma soprattutto ha approfittato delle poche “ore d’aria” concesse, tramite decreto, da Conte e dal suo staff, per riprendere a Ostia e dintorni un mondo svuotato d’umanità e sottoposto a rigidi e continui controlli di polizia. Il tutto filtrato dallo sguardo di un autore che, come di consueto, sa essere sornione, disincantato e sottilmente ironico, anche quando in qualità di interprete ci mette la faccia.
Da applausi, a latere, le surreali e ardite interferenze create da un iperbolico virus, che, artigianalmente raffigurato in digitale, si vede comparire attorno alle persone incontrate nel supermercato, come ad esemplificare una paranoia diffusa, sostituendosi poi addirittura al sole sull’orizzonte di Ostia, in guisa di parodico astro. L’effetto qui è tanto paradossale quanto grottesco, beffardo, irresistibilmente comico. O tragicomico, per meglio dire.

Procedendo nella ricognizione del reale tra spunti malinconici e lampi di ironia, Fabio Del Greco supera poi questa prima (e comunque apprezzabilissima) istanza, trasformando il suo lungometraggio in un gioco di scatole cinesi, nel quale confluiscono contributi audiovisivi eterogenei, cronologicamente difformi, ma tutti oltremodo stimolanti e carichi di significato. Ben studiato, anche a livello di montaggio, il cortocircuito tra presente e passato che si viene a creare, laddove il passato non è solo almanacco dei ricordi bensì ulteriore fuga nell’immaginario. Spezzoni di rocamboleschi viaggi in Turchia o nelle Filippine si alternano così a vecchi filmati di famiglia, oppure a scene tratte dai primissimi film del regista. Poteva essere un calderone, ed invece la scelta delle immagini suggerisce sempre una volontà, un fil rouge da seguire per comprendere meglio la visione del mondo sbiadito, disumanizzato, restituita dal regista in queste lunghe settimane di isolamento. Anche attraverso le comparazioni di rito. E con in sottofondo Il lago dei cigni di Čajkovskij, a creare un’atmosfera ancora più densa, crepuscolare. Dall’affiorare di una critica socio-politica, comunque legittima, ci si sposta così gradualmente verso un quadro esistenziale più ampio, che guarda al mondo investito dal ciclone Corona virus con pungente ironia ma senza perdersi in pesantezze gratuite.

Stefano Coccia

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