Corn Island

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8.0 Awesome
  • voto 8

Un mondo a parte

C’è quasi da rimanere increduli, da cinefili o semplici spettatori cinematografici, quando opere autenticamente atemporali e dalla valenza universale penetrano le strette maglie distributive per vedere la luce di qualche remota sala italiana. L’affascinante Corn Island – peraltro già transitato in Italia nell’ambito del Trieste Film Festival 2015 – del cineasta georgiano di Tbilisi George Ovashvili è un lungometraggio interamente basato sul rapporto millenario tra Uomo e Natura, in cui la seconda detta i ritmi vitali ed il primo può solamente assecondarne, provando a comprenderli, gli umori. Il film ci proietta, quasi si trattasse di fantascienza “primitiva”, sino alla foce del fiume Enguri, che segna i confini naturali tra la Georgia e l’Abkhazia. Allo scoccare della primavera lo scioglimento dei ghiacciai provoca la creazione di isolotti composti da terra eccezionalmente fertile, che la popolazione locale occupa, per un periodo di tempo molto limitato, allo scopo di coltivare quel prezioso mais che tornerà utile durante i rigidi inverni.
Al di là del taglio indubbiamente antropologico, nobilitato da una recitazione estremamente naturalistica da parte dell’intero cast, la prima parte del film è la rappresentazione visiva di una sorta di corteggiamento. Un uomo anziano perlustra in barca la zona, finché individua il posto adatto che i detriti del fiume hanno riservato per lui. Si intuisce che la pratica è stata ripetuta la lunghezza di una vita, tramandata di generazione in generazione. L’habitat naturale sfoggia la propria, irresistibile, bellezza e l’essere umano ne approfitta. Si resta ammirati di fronte alla capacità di creare, da parte umana, un posto confortevole in un ambiente che sappiamo potrà esistere solo temporaneamente. Il vecchio, circondato da un’aura di romanticismo degna di certi romanzi di Hemingway, inizia a costruire la propria abitazione su quella lingua di terra, giorno dopo giorno, arrivando al mattino presto a bordo della sua imbarcazione. Questo segmento del film rasenta il capolavoro: Ovashvili pare filmare, con toni documentaristici, un idillio (non) infinito fatto di silenzi, fatica, contemplazione assoluta di qualcosa infinitamente più grande di un minuscolo essere umano. Con quest’ultimo pronto però a rimarcare, orgogliosamente, la propria presenza, piantando la sua metaforica bandiera in un territorio in cui è, in fondo, estraneo.
Corn Island – letteralmente L’isola del mais – pare mutare impercettibilmente toni con l’ingresso in scena della nipote dell’uomo, che lui porta con sé per farsi aiutare. Lei, adolescente in sboccio orfana di genitori, chiede al nonno a chi appartiene quella terra che calpestano in mezzo al fiume. Lui risponde che è di nessuno. Cominciano ad udirsi spari dalle rive, di combattimenti e caccia. La presenza umana si fa più intensa, e non è affatto un segnale positivo. Il film di Ovashvili non ha pretese morali: semplicemente accosta la maestosità naturale, quasi ultraterrena, alla necessità umana di sopravvivere, industriandosi ma anche combattendo inutili guerre. Due facce inseparabili di una medesima medaglia. Che si uniscono in maniera indissolubile quando un soldato georgiano ferito raggiunge a nuoto l’isolotto. Un frangente nel quale il film si fa più “narrativo”, abbozzando un’attrazione tra il militare e la ragazza che Ovashivili ritrae con toni forse un po’ troppo simbolici da novella Eva tentata dal peccato di una sessualità incipiente nel Paradiso Terrestre. Tuttavia il film si riscatta subito, attraverso un finale di una potenza visiva degna di Akira Kurosawa – il pensiero corre istintivamente a Dersu Uzala (1975), opera con la quale Corn Island condivide molteplici assunti – dove risalta la commovente, disperata resistenza dell’uomo di fronte ad un qualcosa che è sempre stato del tutto trascendente al suo controllo. A cui segue un epilogo di alta poesia che suggella in modo inequivocabile l’intangibile ciclicità del tempo e dell’esistenza di quei piccoli esseri che osano avvicinarsi alla Natura. Con immenso coraggio non sempre adeguatamente ricompensato dagli imperscrutabili disegni del Destino.

Daniele De Angelis

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