Conferenza stampa “The Program”

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Stephen Frears e Ben Foster raccontano il film

Martedì 29 settembre, ore 14:30: con un tempo degno di un velocista in una tappa a cronometro del Tour de France, raggiungiamo l’Hotel Bernini nel cuore della Capitale per assistere alla conferenza stampa di The Program, l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Stephen Frears, nelle sale nostrane con Videa a partire dall’8 ottobre in 250 copie. Impresa ardua se si pensa alla cronica inefficienza dei mezzi pubblici romani e del tanto “amato” traffico che affligge la Città Eterna dalla notte dei tempi. Il destino ha voluto che nella stessa giornata andassero in scena, a distanza di una manciata di minuti l’una dall’altra, la presentazione del programma della decima edizione della Festa del Cinema di Roma e quella del film del cineasta britannico, giunto in Italia accompagnato dal protagonista Ben Foster per presentare il biopic sull’ex campione di ciclismo Lance Armstrong. Così, tanto per rimanere in tema, ci fiondiamo bruciando in una trentina di minuti e pochi secondi l’asfalto che separa l’Auditorium Parco della Musica dalla location designata per l’incontro dove, oltre al regista e all’attore, troviamo il giornalista della Gazzetta, nonché grande esperto dello sport su due ruote, Valerio Piccioni, chiamato a moderare l’evento, del quale vi riproponiamo gli highlights.

D: Hai provato a metterti in contatto con Lance Armstrong prima di realizzare il film? Hai saputo se l’ex ciclista ha visto la pellicola e se ha espresso un giudizio a riguardo?
S. Frears: Se ha visto il film non lo so e non ho cercato di mettermi in nessun modo in contatto con lui, perché tanto racconta solo bugie (sorride). Da quello che so di lui, o almeno da quello che ho sentito dire di lui, si tratta di una persona che tende a controllare le cose e le persone. Quindi sicuramente è quel tipo di persona che non avrebbe assolutamente gradito ciò che sarebbe emerso dal film. Per questo motivo ho deciso di non contattarlo.

D: Come ti sei preparato per interpretare Armstrong?
B. Foster: A differenza di Stephen, io ho provato a contattarlo per conoscerlo e raccogliere più informazioni possibili da lui, ma non ha voluto proprio saperne di parlare con me. Ammetto che di ciclismo ne sapevo davvero poco. Di Armstrong sapevo solo che era un corridore fortissimo che aveva vinto tantissimo, che era riuscito a sconfiggere il cancro e a raccogliere tanti fondi per la ricerca. Ho saputo poi che si dopava. Per quanto concerne la preparazione, ho avuto solo sei settimane per prepararmi a questo film. C’erano moltissime cose da conoscere e imparare per poterlo affrontare il ruolo al meglio. In primis dovevo imparare ad andare su quel tipo di bicicletta, sul quale non ero mai salito prima. Poi c’erano gli aspetti legati alla nutrizione e tutte quelle cose che potevano farmi assomigliare ad Armstrong. In più, c’era una curiosità personale legata al tema del doping. Per poter capire e provare le sensazioni di chi fa uso di sostanze dopanti nello sport ho deciso di sottopormi a un programma, ma sotto il controllo attento dei medici.  

D:  Cosa pensi della corruzione e degli inganni nel mondo dello sport?
S. Frears: Il 29 settembre ero a Zurigo per presentare il film. Lì – e non solo lì – da mesi si discute di Blatter e dello scandalo legato all’assegnazione truccata dei prossimi Mondiali di Calcio in Qatar. Leggi e ascolti, poi ti rendi piano piano conto che si tratta di una corruzione megagalattica che sembra quasi un romanzo, ma purtroppo è la realtà. Si ci si ferma a riflettere sulla portata e sul numero elevato di persone coinvolte, non si può non rimanere sconvolti e inorriditi. Voi siete italiani e se non ricordo male ne avete fatti di film che parlavano di corruzione a questi livelli: da Cadaveri eccellenti a Salvatore Giuliano. Quindi, chi meglio di voi può capire come ci si sente quando si viene a conoscenza di certe cose.

D: Come giudichi la figura di Armstrong e il grande inganno del quale è stato protagonista?
S. Frears: Devo dire che Lance Armstrong si è rivelato una persona estremamente intelligente e al contempo estremamente stupida. Dentro di lui c’erano queste due anime: da una parte era una specie di “santo” che era riuscito a sconfiggere il cancro e faceva tutta una serie di iniziative benefiche, mentre dall’altra si comportava in maniera scorretta e spregevole quando saliva in sella alla sua bicicletta da dopato.

D: Hai avuto difficoltà morali nell’interpretare un personaggio come quello di Armstrong?
B. Foster: Prima di giudicare Lance bisogna comunque tenere presente il periodo storico in cui gareggiava. Se si prendeva ad esempio un campione di diciotto corridori dell’epoca, forse solo uno non era dopato. Mentivano tutti ed erano personaggi con dei lati oscuri. Nei suoi confronti ho dei sentimenti contrastanti. Con le sue iniziative benefiche ad esempio ha raccolto più di mezzo milione di dollari che ha poi donato alla ricerca contro i tumori. Penso che tutto questo lo ha fatto con il cuore e con la parte sincera del suo cuore. Mentre tutto il resto è assolutamente spregevole e scorretto. Penso che The Program prima di essere un film su Armstrong, su una persona o su uno sportivo, sia un atto d’accusa nei confronti di una cultura, la stessa che ha partorito Lance.

D: La moglie si vede una volta sola, perché hai deciso di dare poco spazio alla vita privata di Armstrong?  S. Frears: In realtà non è che sapessi molto della vita personale e privata di Armstrong, se non che si era sposato e aveva divorziato per mettersi con Sheryl Crow. Dettagli di tipo domestico e familiare non mi interessavano sinceramente, ma sarebbe interessante sapere se la moglie o le altre donne che lo circondavano sapessero del doping. In più, non ero interessato a fare un vero e proprio biopic, ma semplicemente volevo raccontare una crime story. Questo era l’intento del mio film.

D: Come hai lavorato nella selezione e nell’utilizzo dei materiali d’archivio presenti nel film?
 S. Frears: Quando siamo partiti eravamo assolutamente vergini per quanto riguarda il ciclismo e per questo abbiamo deciso che dovevamo andare a documentarci al Tour de France. Una volta entrati in contatto con i loro archivi ci siamo trovati davanti e migliaia di ore di filmati catalogati. Una volta scritta la sceneggiatura siamo tornati alle teche con un elenco di cose che ci servivano. Loro le hanno selezionate e ci hanno inviato i materiali che abbiamo montato nel film, mescolandoli con le scene di fiction che avevo girato. Il risultato mi sembra efficace.

D: La scelta di esplorare generi, registi e personaggi sempre diversi, è una prerogativa del suo cinema, perché?
S. Frears: Per quanto concerne la mia carriera non mi sono mai considerato un “autore”.

D: A cosa stai lavorando?
S. Frears: Sto terminando un nuovo film che non ha nulla a che fare con il ciclismo dal titolo Florence Foster Jenkins, con Meryl Streep e Hugh Grant, che parla della peggior cantante mai esibitasi su un palcoscenico.
 
Francesco Del Grosso

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