Come un gatto in Tangenziale

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Periferia, unica via!

Il cinema di Riccardo Milani ha sempre contenuto i germi di una irresistibile vena naïf, che a volte è rimasta sottotraccia, a volte ha saputo dare buoni frutti. Come nel caso di Benvenuto presidente! e soprattutto de La guerra degli Antò, una delle commedie italiane più stralunate e originali degli anni ’90. Come un gatto in Tangenziale si riallaccia fortunatamente a quella vena creativa, anzi, per certi versi vi aggiunge persino un apprezzabile tocco di compiutezza, sfociando in una commedia che oltre a strappare risate di continuo sa raccontare, con grande onestà, gli strappi cui è andata incontro la società italiana in tempi tutto sommato recenti. Ed è un’onestà, volendo, che in questi anni abbiamo riscontrato di rado. Qualcosa di simile si era verificato a nostro avviso giusto nel 2003, con l’ottimo Caterina va in città di Paolo Virzì.

Ma se Virzì aveva saputo “scoperchiare” le delusioni, il vuoto culturale e le sempre più profonde divisioni interne di un’Italietta in cui l’eterna diatriba destra-sinistra, come in certe canzoni di Gaber, poteva contare ormai solo su un valore illusorio (fondato sulla sostanziale interscambiabilità dei due principali schieramenti politici), Milani si è spinto un pochettino oltre nell’analisi, presentandoci il conto attraverso il ritratto di un paese ormai spaccato a metà. Gli strumenti filmici coi quali tale spaccatura viene esibita sono a tratti divertentissimi. Ma l’amarezza di fondo rimane…
Ricordate quando in Caterina va in città il personaggio mesto, incompreso e un po’ querulo interpretato da Castellitto accusava determinate “conventicole” di essersi spartite privilegi e potere, dando vita ad una arrogante elite intellettuale collusa coi poteri forti? Ebbene, in Come un gatto in Tangenziale i rappresentanti di quella elite non vogliono che si parli più di “magna magna”, vivono alla grande grazie a consulenze pagate profumatamente, incensano fantomatici fondi elargiti dall’Unione Europea per riqualificare le periferie delle grandi città; ma poi in quelle stesse periferie hanno paura persino di metterci piede, poiché il crollo dello stato sociale di disagio ne ha creato tanto e gli appelli a una sempre più difficile “integrazione” con famiglie in fuga da paesi non meno disastrati del nostro sembrano avere ben pochi riscontri, nella realtà di tutti i giorni.

Ecco, finora non abbiamo parlato tanto della commedia, quanto piuttosto del suo background. La piccola grande magia di Riccardo Milani è stata individuare il tema giusto, in primis, costruendovi intorno una indiavolata sarabanda che amplifica, esalta le disavventure di due personaggi provenienti da ambiti sociali contrapposti e caratterialmente assai diversi tra loro, ma dotati entrambi di una profonda umanità e della capacità di suscitare empatia nello spettatore. Da un lato abbiamo Giovanni, l’intellettuale, convinto europeista, assunto per portare avanti progetti di riqualificazione urbana lodevoli sulla carta ma concepiti a una distanza troppo elevata dalle reali esigenze della gente. Ad interpretarlo un Antonio Albanese che sa dosare bene timidezza e piglio sfrontato, un po’ come ai tempi di Vesna va veloce. In controcampo si staglia invece Monica, look aggressivo e un po’ tamarro, ossia la giovane madre con mille problemi quotidiani da risolvere e un lavoro modesto che, in uno dei quartieri più difficili della periferia romana, si sforza di crescere un figlio da sola cercando di non farlo entrare in brutti giri. Qui abbiamo forse l’interpretazione più ragguardevole, visto che Milani alla sua Paola Cortellesi ha regalato uno dei personaggi più intensi, vivaci e accattivanti spettati in carriera all’attrice, le cui notevoli doti comiche non sempre sono state adeguatamente sfruttate.
Il pretesto che fa incontrare i due è l’amorazzo adolescenziale scoppiato quasi a tradimento tra la figlia di lui e il figlio di lei, episodio che li porterà entrambi a oltrepassare una sorta di “confine invisibile”. Per la prima volta in vita sua Giovanni metterà piede al Residence Bastoggi, una sorta di Scampia romana dove tra famiglie di immigrati e delinquentelli locali vive Monica, assieme al figlio e a due pittoresche ziette ladruncole. Il contatto tra realtà così distanti è fonte di gag a ripetizione, alcune delle quali irresistibili. Nei dialoghi i due interpreti principali trovano sempre i tempi giusti, per esprimere il loro sarcasmo nei confronti dello stile di vita dell’altro. Intorno a loro domina un sapido e mai gratuito bozzettismo che si avvarrà anche, verso la fine, di una decisamente icastica apparizione di Claudio Amendola, nei panni di un borgataro trucido uscito da poco dal carcere. E la gustosa dicotomia ribadita continuamente nello script si nutre anche di sequenze molto ben congegnate, come quella che vede la famigliola di periferia imporre uno squallido weekend balneare a Coccia di Morto, cui Giovanni replica subito con un non meno penoso invito nella cornice fastidiosamente radical chic di Capalbio.

Girandoci apparentemente intorno, può essere che il punto lo abbiamo centrato: Come un gatto in Tangenziale, nel contrapporre programmaticamente situazioni del genere, potrebbe apparire un film frivolo e schematico, ma riesce in realtà a coniugare un umorismo coinvolgente con quelle tonalità amarognole che fanno da sempre il successo delle migliori commedie all’italiana. E a questo contribuiscono anche la verve dei due protagonisti e il modo stesso in cui sono concepiti i rispettivi ruoli, con personaggi esteriormente abbarbicati ai rispettivi mondi, ma capaci in realtà di maturare nel corso della narrazione e di “evadere” dalla loro zona di sicurezza, da quei confini asfittici entro i quali una società italiana, la cui dialettica interna si è ridimensionata di molto,  li vorrebbe invece relegare.

Stefano Coccia

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