Cobain

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una scelta di pancia

La mia preferenza andrà sempre alle storie di emarginati, esseri umani imperfetti che devono lottare per ottenere qualcosa nella vita, storie in cui il senso della vita si nasconde nei dettagli.” Le note di regia che accompagnano l’ultima fatica dietro la macchina da presa di Nanouk Leopold dal titolo Cobain, presentata in concorso alla 19esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce a una manciata di mesi di distanza dalla première nella sezione Generation della Berlinale 2018, non fa che confermare la linea portata avanti dalla cineasta olandese sin dall’esordio con Îles flottantes.
Dal 2000 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti, con la regista che nel frattempo ha firmato altre cinque prove sulla lunga distanza, ma la suddetta linea non è cambiata di una virgola. In Cobain, infatti, ritroviamo temi e stilemi a lei cari che percorrono la sua intera filmografia: relazioni familiari complicate, personaggi vittime e carnefici di se stessi che provano con forza ma anche con le loro debolezze a confrontarsi con la dolorosa quotidianità, figli di un disegno caratteriale tridimensionale che copre le diverse sfumature emotive. Il tutto trasferito sullo schermo mediante un approccio formale votato al realismo e ormai ampiamente riconoscibile, che predilige pedinamento, attaccamento ai personaggi e soluzioni cromatiche con dominanti di colori (questa volta è il turno di una combinazione di arancio e blu).
E con questi elementi, plasmati a seconda delle esigenze di turno, porta sullo schermo una nuova e toccante immersione in un dramma familiare che ci catapulta nella vita di Cobain, un quindicenne alle prese con una madre auto-lesionista di nome Mia. Vivendo per strada, la donna non riesce a riprendere il controllo della propria vita, nemmeno adesso che sta per avere un altro figlio. Quando Cobain le chiede di cercare aiuto per se stessa e per il bambino, i due finiscono per avere un duro scontro e si separano. Il ragazzo trova sostegno nell’ex di Mia, Wickmayer, protettore di giovani prostitute straniere. Cobain, ormai diventato un giovane uomo, assiste queste donne nella loro quotidianità e flirta con loro. Sente, così, di aver finalmente trovato qualcosa di simile a una famiglia. Quando Mia prova a rimettersi in contatto con il figlio, Wickmayer la manda via, ma Cobain – vedendo che la situazione della madre è persino peggiorata – si assume le proprie responsabilità e cerca di aiutare Mia a essere, per una volta, una buona madre.
Cobain è un film sui legami biologici e affettivi, raccontato con e attraverso gli occhi di un adolescente. Un film che ha nel DNA drammaturgico gli ingredienti tipici del romanzo di (de)formazione adolescenziale e il classico confronto madre-figlio, ma a ruoli invertiti, con la prole che si trova a prendersi cura del genitore. Strade, queste, entrambe molto battute e che hanno trovato una magnifica convergenza nel potentissimo Mommy di Xavier Dolan. Il confronto è inevitabile, ma il ribaltamento delle posizioni nella relazione per fortuna della regista olandese distanzia la sua pellicola da quella del più quotato collega canadese, senza però riuscire a raggiungere le stesse vette. Resta comunque la presenza di una parabola narrativa e di uno sviluppo dei personaggi che la animano piuttosto comune nella Settima Arte, ma di questo probabilmente la Leopold era consapevole sin dal principio, quando ha preso in consegna lo script firmato da Stienette Bosklopper.
Di conseguenza, la regista ha intelligentemente puntato su altri elementi per alzare il livello di coinvolgimento dello spettatore, a cominciare dalle performance attoriali (da tenere d’occhio per il futuro l’esordiente Bas Keizer nel ruolo del protagonista) che si caricano sulle spalle scene particolarmente complesse come ad esempio lo scontro fisico e verbale nel parco o il lacerante finale. Queste contribuiscono e non poco alla causa, ma non sono sufficienti a garantire alla pellicola la giusta continuità, a causa di momenti di stanca che pesano sull’economia complessiva del racconto.

Francesco Del Grosso

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