Climbing

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

La scalatrice che visse due volte

L’arrampicata, che avvenga nell’ambiente artificiale solitamente utilizzato per le gare o in natura, finisce per impegnare severamente sia il fisico che la mente. Ce ne eravamo già resi conto, su un versante decisamente più realistico, grazie a My Upside Down World, il bel documentario di Elena Goatelli dedicato alla campionessa altoatesina Angelika Rainer.
Con Climbing di Hye-mi Kim, visionato nel corso del Future Film Festival 2021, ci si avventura invece nei meandri di un cinema visionario, labirintico, in cui il mondo dell’arrampicata sportiva è semplicemente la cornice di un ansiogeno e claustrofobico percorso introspettivo: realizzato, peraltro, attraverso un’animazione adulta, di spessore, matura almeno quanto il cinema di finzione realizzato negli ultimi anni in Corea del Sud.

Ne è protagonista Se-hyeon, scalatrice professionista e pluricampionessa risvegliatasi a fatica dal coma, dopo un incidente stradale, con un carico di ansie quasi insopportabile dovuto sia al prosieguo della sua carriera sportiva che alla gravidanza, cui stava andando incontro prima del tragico evento. Ma queste sono soltanto le premesse di un’escalation drammaturgica ben più complessa e inquietante. Difatti si scopre ben presto che dopo suddetto incidente di Se-hyeon ve ne sarebbero addirittura due, in circolazione, costrette a vivere situazioni personali assai differenti in realtà spazio-temporali contigue, con un telefono cellulare a creare persino un insolito ponte tramite il quale comunicare; collegamento curioso e malsano tra dimensioni parallele, considerando che il presentarsi di novità nell’esistenza dell’una pare avere sinistre ripercussioni su quella dell’altra, stessa cosa a parti invertite.
“La doppia vita di Se-hyeon”, verrebbe pertanto voglia di titolare emulando Kieślowski…

Avvalendosi di colori plumbei e di un’animazione dallo stile freddo, quasi metallico, specie nella resa di quei fluidi (vedi l’abbondante sangue versato) dallo scorrimento forse un po’ troppo ruvido, meccanicistico, grezzo, un’animatrice dal solido background come Hye-mi Kim ha dimostrato comunque di saper lavorare molto bene sulla componente dell’incubo. Ed oltre a integrarsi bene con gli esiti più robusti del cinema di finzione realizzato nel proprio paese, vedi le ossessioni e i tormenti (sia fisici che interiori) cari a Park Chan-wook, il suo approccio narrativo si arricchisce strada facendo di suggestioni hitchcockiane, di risonanze noir, che non perdono però mai di vista il sostrato così peculiare della società coreana. Con particolare riferimento a quel culto della competizione, a quell’ansia da prestazione presente sia in ambito lavorativo che a livello famigliare, vedi le premure assillanti e morbose attuate dalla suocera nei confronti della Se-hyeon incinta. Fino all’epilogo sorprendentemente incline a ipotizzare, dopo le tante situazioni oscure attraversate dalla protagonista, un clamoroso, spiazzante happy end, senza però che quel fondo di inquietudine avvertito fino ad allora riesca a dissiparsi completamente. Nemmeno al termine dell’ultima inquadratura.

Stefano Coccia

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