Clark

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Perché permettere ad una brutta verità di rovinare una bella bugia?

A volte vivere nella menzogna è più semplice” dice Tom Hanks a Leonardo Di Caprio in una delle ultime scene di Prova a prendermi, lungometraggio di Steven Spielberg basato sulla autobiografia di Franck Abagnale Jr. Una frase ed una domanda che sembrano descrivere bene la vita e la persona di Clark Olofsson, gangster svedese leggendario in patria soprattutto per il suo coinvolgimento nella rapina che diede forma alla cosiddetta Sindrome di Stoccolma.
È ora al centro della miniserie Netflix Clark diretta da Jonas Åkerlund, regista e musicista svedese noto agli abbonati per il film Polar. Autore comunque derivativo benché solido e capace, Åkerlund mette in scena una biografia romanzesca e romanzata “basata su verità e bugie”, come veniamo premurosamente informati nell’introduzione ai sei episodi. Non ci troviamo davanti ad una biografia di impianto storicistico, un lavoro che cerchi di capire approfonditamente la figura di Clark Olofsson e la società svedese che attraversa. Piuttosto mette in scena la visione del mondo e di sé stesso di Olofsson. La forma ricorda quella del flusso di coscienza. Ciò libera anche l’autore dal dover rispettare i limiti che la forma biografica impone. Il risultato è un’opera carica e psichedelica, dotata di un ambiente a tratti allucinatorio ed addirittura meta-linguistico nell’incastrare i vari riferimenti e le fonti, recuperati da immagini televisive di repertorio, quotidiani e settimanali illustrati. Il vero punto centrale della serie non sembra tanto il racconto della vita e della figura di colui che venne definito il primo “celebrity gangster” svedese, quanto la mistificazione, cosciente o meno, operata dallo stesso Clark circa la sua vita. Verità e bugie dunque si mescolano quasi inestricabilmente e, molto probabilmente, solo la scelta degli autori di creare alcuni momenti di sincerità da parte del protagonista, che è anche voce narrante, ci permettono di riuscire a distinguere ciò che è vero e ciò che è falso. Ne risulta il ritratto di una personalità instabile che pare affetta da un perenne horror vacui. Incapace di accettare la realtà che lo circonda, perché troppo difficile o deprimente, se ne costruisce una sua.
L’ultimo episodio è una resa dei conti e squarcia il velo. Clark viene messo davanti a sé stesso ma non c’è la catarsi che ci aspettiamo. È la vita vera, raramente c’è quello scatto di coscienza, quella maturazione che ci aspettiamo di vedere in un’opera di finzione. Bill Skarsgård è davvero molto bravo nel sostenere il peso dell’opera e nel dare corpo ad una personalità tanto affascinante quanto arida, un Peer Gynt che non compie mai il viaggio di ritorno a casa e dunque non compie la sua epifania. L’ultimo episodio sembra dunque invitare lo spettatore a riguardare gli episodi precedenti con questa nuova coscienza per non lasciarsi più incantare e poter così giudicare correttamente la vacuità di un individuo che non ha mai saputo amare nessun altro che sé stesso.

Luca Bovio

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