Chimères

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6.0 Awesome
  • voto 6

Sangue infetto

Tra i film programmati durante la prima serata del Fantafestival va segnalato anche Chimères: una “vecchia conoscenza”, per chi scrive, considerando che l’interessante film svizzero sta girando diversi festival ed è già stato in concorso al Ravenna Nightmare, dove lo si è recensito una prima volta. Ringraziamo pertanto la redazione di Taxi Drivers, per la possibilità di riproporre anche qui e in forma pressoché integrale le riflessioni da noi pubblicate in quella occasione.
A Ravenna l’evento di punta della serata aveva coinciso in realtà con la riproposizione sul grande schermo di un classico come Shining, versione originale sottotitolata in italiano; e a rendere più sapida la visione ci aveva pensato, con una introduzione ironica e “controcorrente”, lo scrittore Valerio Evangelisti. Ma prima di Evangelisti, prima di Kubrick, quella serata autunnale (guarda caso si parla del 31 ottobre, piena zona Halloween) aveva dato asilo ad altri ospiti che in qualsiasi rassegna di cinema horror sono sempre ben accetti: i vampiri!
A trascinarsi dietro i vampiri, presenze immancabili, anche al Fantafestival e perciò nell’afosa estate romana, è il cineasta svizzero Olivier Beguin. Con lui sono tornati i vampiri, sì, ma non da soli. Nel film dell’elvetico c’è infatti da registrare un cameo eccellente, quello di Ruggero Deodato, nella circostanza ineffabile macellaio. A conti fatti, nonostante tali premesse, il sanguinolento Chiméres ci è piaciuto solo a metà. Di sicuro si fa apprezzare l’insolita prospettiva da cui viene introdotto e sviluppato il tema del vampirismo. Un po’ meno brillante, a nostro avviso, la dimensione realizzativa e in particolare l’uso un po’ ripetitivo di determinati effettacci.
Cominciamo però dall’inizio. Protagonista di Chimères è una giovane coppia molto affiatata in viaggio di piacere a Sighişoara, celebre località posta nella terra di cui lei è originaria, ovvero la Transilvania rumena. Non a caso la Transilvania… E al loro ritorno in Svizzera (ma i momenti del viaggio e il successivo, angoscioso rientro a casa vengono presentati in parallelo, col classico montaggio alternato, nella prima metà del film) il compagno della ragazza, Alexandre, comincia ad accusare strani sintomi (saranno reazioni fisiche o soltanto psicosomatiche?), dovuti al grave incidente stradale avuto in Romania; e ancor di più alla conseguente trasfusione di sangue, un sangue che potrebbe anche essersi rivelato infetto…
Ecco, l’ossessione del vampirismo trae origine da ciò, per i due innamoratissimi giovani. Ed è destinata ad avere esisti particolarmente funesti. Questo approccio alla figura del vampiro oscillante tra autosuggestione, pulsioni aggressive tenute precedentemente sotto controllo, slanci di passionalità, comportamenti fobici e raccapriccianti mutazioni fisiche che si compiono realmente sullo schermo, è senz’altro l’elemento più riuscito e interessante del film. Molto meno convincente è la resa visiva delle tensioni in atto, coi momenti presumibilmente allucinatori che inondano l’inquadratura, con una certa prevedibilità, di effetti morphing, pupille dilatate, canini d’improvviso più lunghi e facce coperte di sangue. Il plot avrebbe potuto ottenere una resa di gran lunga maggiore se fossero stati curati meglio questi aspetti, al pari degli scontri tra sedicenti vampiri e delinquenti di strada affrescati qui in maniera non solo gretta, convenzionale, ma anche ambigua sul piano politico, essendo costoro gli ospiti e i frequentatori di una specie di centro sociale.

Stefano Coccia

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