Che fine ha fatto Bernadette?

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

L’Antartide dietro l’angolo

Non sarebbe affatto dispiaciuto al Woody Allen dei bei tempi il ritratto femminile descritto da Richard Linklater in Che fine ha fatto Bernadette?, nonché sublimato dalla consueta, splendida, performance attoriale di Cate Blanchett. Peraltro alle prese, in Blu Jasmine (2013), con un personaggio similare, diretta proprio dal buon Woody in uno dei suoi film migliori del nuovo millennio. Una premessa necessaria a far comprendere come in questo Where’d You Go, Bernadette? – assai più sottile e significativo il titolo originale – Linklater cerchi nuove strade da percorrere nell’ambito del proprio modus operandi cinematografico, pur rimanendo fedele a determinate caratteristiche imprescindibili poiché tipiche dei grandi autori conclamati.
Bernadette Fox è un architetto di talento. O meglio, era stata una grande promessa dell’architettura da giovane. Possiede estro ed ironia. Ma dopo la nascita della figlia con malformazione cardiaca si è dedicata completamente alla di lei salute. Ora la ragazza sta bene, è un’adolescente brillante come la genitrice e racconta la storia del film in funzione di voce narrante. Per Bernadette il prezzo da pagare è stato quello di rinchiudersi in se stessa e nel rapporto con la figlia. Accumula nevrosi, assume ingenti quantitativi di medicinali da perfetta ipocondriaca (Woody Allen sentirà un sibilo nelle sue orecchie…) e affida l’ordine della propria esistenza all’assistente virtuale di una app che si rivelerà truffaldina e di provenienza russa, con il fantasma dell’elezione di Trump e il potere dello stato governato da Putin evocato tra le righe di un discorso ben interiorizzato in chiave personale. La frana, fisica e simbolica, come constaterà chi vedrà il film, è inevitabile. Come reagirà allora Bernadette?
Ispirato dal romanzo omonimo di Maria Semple – ideale in tempi di emancipazione femminile da ribadire una volta di più – e ben supportato da una buona alchimia recitativa del cast (Billy Cudrup è il marito; la bravissima, esordiente, Emma Nelson, la figlia Bee), Linklater lavora di fino proprio sul character di Bernadette, esplorando in profondità il suo “autismo per scelta” nel quale si è auto-confinata. Quello che appare come snobismo è in realtà terrore del mondo reale, osservato e giudicato dalla protagonista al pari di un contenitore di elementi negativi. Il cosiddetto “fattore temporale” – così importante nel cinema dell’autore texano – è per l’occasione rappresentato, nella psiche di Bernadette, come fonte di decadimento, sorta di processo inarrestabile verso la fine. La commedia (umana) si tinge allora di dramma assoluto, con il mondo intero che pare congiurare allo scopo di acuire le preesistenti patologie della donna. Ma lo scorrere del Tempo – ed è questo probabilmente il significato principale del film – se non si può sconfiggere si può certo piegare alle proprie esigenze. L’importante è liberare da ogni vincolo sociale il desiderio di realizzazione che alberga in qualsivoglia essere umano. In modo che anche il lontano Antartide – meta di un viaggio di famiglia nella diegesi – possa rappresentare l’occasione di un riscatto esistenziale in ultima ratio.
Sarebbe dunque un grossolano errore sottostimare Che fine ha fatto Bernadette? alla stregua di opera puramente imitativa e perciò almeno parzialmente estranea alla filmografia linklateriana. Si tratta invece dell’ennesimo viaggio nella profondità del cuore di persone che perdono la loro connotazione di finzione per approdare alla verità di un’essenza. Un’istanza che, potrà piacere o meno, Linklater porta da sempre avanti con orgoglio al pari di una bandiera della propria poetica. Il classico detto del bicchiere mezzo pieno – applicato ad una valenza esistenziale – è osservato con infinita dolcezza, mai tralasciando la descrizione dettagliata ed amara dell’altra metà, quella paurosamente vuota. In sostanza, evitando di addentrarci in discorsi da filosofia spicciola, due modi di intendere la vita, entrambi validi e dimostrabili. Per Linklater e la sua Bernadette, alla fine, vale la pena vivere con sentimento anziché limitarsi alla mera sopravvivenza in uno stato di anestetico, distaccato e sarcastico torpore. Come dar loro torto?

Daniele De Angelis

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