Cattedrali della Cultura

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7.0 Awesome
  • voto 7

Se gli edifici potessero parlare…

E già, se gli edifici potessero parlare chissà che cosa ci racconterebbero? Probabilmente le loro storie, alcune lunghe e gloriose, altre più recenti ma non meno interessanti e importanti, fatte di eventi, ricordi e aneddoti felici o dolorosi. A dare “corpo”, forma e soprattutto voce ad alcuni di essi ci hanno pensato sei acclamati registi capitanati da Wim Wenders, che hanno dato vita a Cattedrali della Cultura, progetto a più mani presentato in anteprima tra gli eventi speciali della 64esima Berlinale e da qualche mese disponibile in home video nel mercato nostrano grazie a Mustang Entertainment, dopo la breve parentesi in sala con I Wonder Pictures. Purtroppo la versione in Dvd che lo accoglie non presenta alcun contributo extra, ma sinceramente non se ne sente la mancanza vista la natura dell’operazione e i suoi contenuti già di per sé completi ed esaustivi.
Si tratta di un’opera corale che raccoglie nei 156 minuti della sua timeline un sestetto di documentari firmati da altrettanti cineasti di diversa provenienza, estrazione, poetica e formazione. A  loro il compito di raccontare con immagini e parole una serie di celebri edifici, ciascuno a proprio modo – e per motivi diversi – impressi a caratteri cubitali nella storia mondiale e dei rispettivi Paesi di appartenenza. Sono proprio questi edifici i protagonisti assoluti di una raccolta di documentari brevi diametralmente opposti l’uno dall’altro per sguardo, stile e approccio alla materia, della durata di trenta minuti circa cadauno, che portano sul grande schermo altrettanti viaggi emozionanti in luoghi unici e straordinariamente affascinanti. Lo scopo del progetto è di mostrarli da un angolazione e con una prospettiva diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere nel tempo, che hanno finito con l’alimentare il pensiero comune, ma anche quello di restituire sullo schermo l’essenza e l’anima che li pervade. Il risultato è il più delle volte uno spettacolo per gli occhi, che per essere apprezzato va scomposto e analizzato nelle singole parti che lo compongono, al fine di mettere in risalto i pregi e i difetti di ciascun frammento. Ed è quello che faremo, poiché Cattedrali della Cultura è, come nella stragrande maggioranza dei film corali, un corpus che fa della discontinuità negli esiti dei suoi episodi un tallone d’Achille ricorrente. Anche in questo caso, infatti, il saliscendi oltre e sotto la linea di galleggiamento della sufficienza è all’ordine del giorno, con la metà degli episodi che si vanno a posizionare su un gradino più alto del podio. Difficilmente si assiste a opere analoghe caratterizzate da un’uniformità e da una continuità per quanto concerne i risultati, per cui l’analisi individuale dei tasselli del mosaico diventa un passaggio necessario ai fini di un corretto giudizio complessivo.

La filarmonica di Berlino di Wim Wenders

Ad aprire le danze ci pensa il capofila e creatore del progetto Wim Wenders. A lui il compito di inaugurare la raccolta di episodi focalizzando l’attenzione sulla Filarmonica di Berlino (Philharmonie), situata all’interno del Kulturforum, un complesso di edifici culturali nel quartiere Tiergarten, a ovest della città. Sede dell’omonima e prestigiosa orchestra, la struttura venne costruita tra il 1960 e il 1963 su progetto dell’architetto Hans Scharoun. A più di cinquant’anni dalla sua inaugurazione, il regista di Düsseldorf porta la macchina da presa al suo interno per mostrarne la bellezza architettonica. Per farlo sceglie di creare un ponte tra presente e passato, inserendo elementi di fiction all’interno di una base di cinema del reale. Ne viene fuori una breve docu-fiction che ha nel passaggio dal colore al bianco e nero l’interruttore che innesca il riavvolgimento delle lancette del tempo. Ciò consente a Wenders di restituire l’edificio al suo creatore, che si aggira in maniera ectoplasmatica dentro e fuori le diverse sezioni che lo compongono, compreso il cuore pulsante, ossia l’imponente sala concerti pentagonale. Il cineasta tedesco pedina in lungo e in largo l’attore che interpreta Scharoun, quasi fosse un Virgilio incaricato di guidare lo spettatore alla scoperta degli immensi spazi della Filarmonica. Si tratta di una scelta drammaturgica e stilistica non particolarmente originale, al quale l’autore aveva già fatto ricorso nel meraviglioso Il cielo sopra Berlino, dove due angeli chiamati Damiel e Cassiel vagavano nella città come entità invisibili e impercettibili dalla popolazione, in una condizione che consentiva loro di osservare e ascoltare i pensieri dei berlinesi. Allo stesso modo, lo Scharoun delle Cattedrali della Cultura torna dal passato per vegliare sulla sua più nota “creatura”, su coloro che vi si esibiscono e anche su coloro che continuano a garantirne il perfetto funzionamento. Quando, invece, sono il presente e il colore a rubare la scena, la classica descrizione degli ambienti interni ed esterni, resa possibile attraverso movimenti di steadycam e lenti carrelli in avanti, riesce a restituire nel migliore dei modi quando di bello l’edificio in questione ha nel proprio dna architettonico. Edificio che, come negli altri cinque raccontati nel resto degli episodi, acquista non solo un corpo cinematografico, ma anche una voce, con il voice over di Alessio Boni che nella versione italiana consegna alla platea di turno il flusso orale e mnemonico della struttura stessa.

La Biblioteca nazionale russa di Michael Glawogger

Dalla periferia ovest di Berlino ci spostiamo ora in Russia, per l’esattezza a San Pietroburgo, sulla Moskovskij prospekt, all’altezza del Parco della Vittoria e di Park Pobedy, dove sorge anche la stazione della metropolitana, per quella che è la seconda tappa di questo viaggio tra le Cattedrali della Cultura. Il testimone passa ora nelle mani di Michael Glawogger, che conduce lo spettatore di turno lungo la cosiddetta Prospettiva Nevskij, in un edificio dalle linee neoclassiche che ospita la Biblioteca nazionale russa, la più antica del Paese e tra le più grandi al mondo. Quello firmato dal cineasta austriaco è senza alcun dubbio uno degli episodi più riusciti della serie, sia da un punto di vista tecnico che drammaturgico. Glawogger si affida in gran parte a lunghi e chirurgici piani sequenza in stedycam che scivolano fluidamente tra i corridoi, le scaffalature, gli uffici, gli archivi, i depositi e le grandi sale letture, con la stessa precisione millimetrica con la quale si muoveva la macchina da presa di Aleksandr Sokurov tra le miriadi di stanze del palazzo dell’Ermitage di San Pietroburgo in Arca russa. Il tutto immerso in un silenzio assordante e sacro, interrotto solamente dai passi degli impiegati e dal rumore delle pagine sfogliate dai visitatori. Sono quest’ultime le vere protagoniste dell’ultima pellicola diretta dal compianto regista austriaco, deceduto il 23 aprile del 2014, dopo aver lasciato questa piccola perla come il testamento artistico di una carriera che può contare su straordinari acuti come Workingman’s Death e Whores’ Glory. L’idea alla base dell’operazione è semplice, ma allo stesso tempo estremamente efficace: dare voce ai veri abitanti dell’edificio, ossia i migliaia di testi della cultura russa e della letteratura straniera facenti parte della vasta collezione in esso custoditi. E mentre la macchina da presa esplora la struttura, stanza dopo stanza, corridoio dopo corridoio, il suono extra diegetico delle parole estrapolate dai testi (affidate ancora una volta ad Alessio Boni) spezza il silenzio, accostando poesia ad altra poesia.

Il carcere di Halden di Michael Madsen

Non è da meno il capitolo dedicato al carcere di massima sicurezza di Halden, imponente struttura detentiva situata nell’omonimo comune norvegese e progettata dall’architetto danese Erik Møller. Inaugurato il 1º marzo del 2010, il penitenziario ha una capienza massima di 252 detenuti ed è considerato come l’istituto di pena per eccellenza, vero e proprio modello per quanto concerne il rispetto dei diritti umani dei detenuti che vengono rieducati alla vita e al pensiero, tanto che persino Michael Moore vi ha fatto sosta durante le riprese del suo Where to Invade Next per carpirne i segreti da portare con sé nell’odiata Madre Patria. Un unico e gigantesco muro perimetrale circoscrive un carcere che funziona come un piccolo villaggio, con regole rigide e severe da osservare attentamente, che non impediscono però ai prigionieri di vivere in assoluta tranquillità e senza restrizioni che non siano quelle legate alla libertà. Le particolarità sono tante, a cominciare dalle celle dotate di televisione, frigorifero e finestre prive di sbarre per permettere un maggiore afflusso di luce. Oltre alle cucine, i detenuti hanno a disposizione spazi comuni (ogni 10 o 12 celle) per attività fisiche, creative ed istruttive. Sono offerti infatti corsi di cucina e di musica ed oltre ad un percorso per il jogging il carcere di Halden è anche provvisto di una parete per l’arrampicata. Metà delle guardie carcerarie sono donne e generalmente non armate. Questo perché le pistole “creano intimidazione non necessaria e distanza sociale”. Ai detenuti sono poi somministrati questionari su come pensano sia possibile migliorare la propria esperienza detentiva. A mostrarne il funzionamento il danese Michael Madsen, regista del mirabolante The Visit. Ed è proprio allo stile del sorprendente fanta-mockumentary che il cineasta scandinavo si rifà per catapultare lo spettatore negli spazi alienanti e asettici del carcere di Halden. Madsen disegna sullo schermo una specie di tour sospeso nel tempo, dove le continue alterazioni e decelerazioni cronometriche generano atmosfere ansiogene, oniriche e dilatate. Lentamente e inesorabilmente ci troviamo immersi in un sogno ad occhi aperti, dove la calma e la pace sembrano nascondere qualcosa di minaccioso, pronto ad implodere in qualsiasi momento. Questa è la sensazione che ti lascia addosso il filmato dal primo all’ultimo fotogramma utile, con tutte le scelte drammaturgiche e di linguaggio visivo che vanno all’unisono in quella direzione di destabilizzazione del fruitore. Il che fa del documentario in questione il più ricercato stilisticamente e quello più emotivamente coinvolgente della serie.

Il Salk Institute di Robert Redford

Purtroppo non si può dire la stessa cosa dell’episodio affidato a Robert Redford, qui alle prese con una nuova fatica dietro la macchina da presa a distanza di tre anni da La regola del silenzio. Il suo documentario dedicato al Salk Institute è il più didascalico e piatto tra i sei. Quello dell’attore e regista statunitense sembra un video promozionale, uno spot in piena regola incentrato sul celebre centro di ricerca californiano, situato in quel di La Jolla, in riva all’Oceano Pacifico. Commissionata nel 1959 dal Jonas Salk all’architetto di origini ebraiche, Louis I. Kahn, la struttura si avvale di un suggestivo posizionamento su una scogliera lambita dall’oceano, su cui lo stesso Kahn ha costruito uno degli edifici più importanti del XX secolo, universalmente riconosciuto come il “monastero della scienza”. Redford mette in fila una lunga sequela di lenti e fluidi movimenti di macchina con steadycam, carrelli e dolly, nel tentativo di replicare con il potere delle immagini il flusso vitale e di luce che ha ispirato coloro che hanno eretto in perfetta simbiosi il campus. Il risultato è una maionese impazzita di soluzioni visive che assomiglia più a un ottovolante che a una cifra stilistica. In questo, il montaggio non viene per nulla in soccorso, al contrario rende ancora più caotico l’insieme inserendo qua e là estratti audio e video di repertorio, mescolati con interviste inedite a chi da anni lavora al Salk Institute e chi ne garantisce il funzionamento. Ciò che resta sono le inconfondibili sonorità magnetiche di Moby che firma le musiche e i poetici time-lapse con i quali il regista americano scandisce il vorticoso giro delle lancette.

La Oslo Opera House di Margreth Olin

Dopo la parentesi oltreoceano, il viaggio delle Cattedrali della Cultura ci riporta nuovamente nel Vecchio Continente e per la seconda volta in Norvegia, alla scoperta della Oslo Opera House (Operahuset). Simbiosi futurista di arte e vita, l’edificio è situato nel quartiere Bjørvika nel centro della Capitale, sulla punta del fiordo di Oslo, per una superficie totale di 38.500 m². Inaugurata il 12 aprile del 2008, la struttura ha al suo interno un auditorium di 1.364 posti, più altri due spazi per le esecuzioni che possono ospitare rispettivamente 200 e 400 spettatori. Le superfici esterne angolate dell’edificio sono coperte con marmo italiano e granito bianco e lo fanno apparire come se “sorgesse dall’acqua”. Questo gli è valso il soprannome di “Cattedrale bianca”. A esplorarne ogni cm ci pensa l’unica regista del sestetto, la pluridecorata Margreth Olin, il cui nome è sicuramente più noto tra i frequentatori di festival per i suoi documentari (da Amanda a Raw Youth), che tra i non addetti ai lavori. È la regista norvegese a raccontarci il microcosmo che lo popola e che vi lavora, tanto con il corpo quanto con la voce. La Olin si limita a documentare con parsimonia e complicità quanto si materializza davanti alla macchina da presa, alternando ciò che accade sul palcoscenico a quello che si verifica nel backstage, prima, dopo e durante lo spettacolo di turno (prove, allenamenti, sound check, puntamento luci, scenografie, trucco e parrucco). Questo sembra aver distratto l’autrice dalla sua missione, ossia il vero motivo che l’ha porta lì, vale a dire quello di restituire attraverso le immagini la bellezza e l’importanza della cornice, che al contrario finisce in secondo piano a scapito degli artisti e delle maestranze che lo occupano giorno dopo giorno, spettacolo dopo spettacolo. Di conseguenza, la memoria va di default a Ballet e a La Danse, entrambi di Frederick Wiseman.

Il Centre Pompidou di Karim Aïnouz

Fortunatamente Karim Aïnouz non commette lo stesso errore della collega norvegese, ossia quello di andare fuori traccia. Per rendere omaggio allo storico Centre Pompidou di Parigi, il regista e visual artist brasiliano va sul sicuro, scegliendo un approccio classico di pura osservazione che non si lascia concede mai fronzoli e soluzioni estetico-formali elaborate. Davvero strano per un cineasta che ha fatto della sperimentazione continua il suo marchio di fabbrica, anche se a conti fatti si rivelerà una decisione saggia. Il complesso che porta la firma dello studio Piano & Rogers, inaugurato nel gennaio del 1977 e interamente dedicato alle diverse manifestazione dell’arte moderna, non aveva bisogno di presentazioni, per cui Aïnouz ha potuto focalizzare l’attenzione sulla componente architettonica e sulla gigantesca macchina organizzativa che le permette di accogliere milioni di visitatori ogni anno. Il regista sudamericano circoscrive l’arco temporale del racconto a una sola giornata, dall’alba sino all’orario di chiusura, documentando con la macchina da presa quanto accade tra le bellissime gallerie di vetro e i vari spazi espositivi, passando dalla biblioteca, dal teatro e dalle sale cinematografiche. Nulla di trascendentale, tantomeno di originale sul fronte drammaturgico, ma almeno in linea con il progetto iniziale voluto dal curatore Wim Wenders.

Francesco Del Grosso

Cattedrali-della-cultura-dvd coverCattedrali della Cultura
Regia: Wim Wenders, Michael Glawogger, Michael Madsen, Robert Redford, Margreth Olin, Karim Aïnouz
Germania, Danimarca, Austria, Norvegia, Francia, USA 2014
Durata: 159′
Lingue: Italiano Dolby Digital 5.1 Sottotitoli: Italiano per non udenti
Formato: 16/9 1.78:1 Extra: assenti
Distribuzione: Mustang Entertainment

 

 

 

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