Casa Ricordi

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Apoteosi del melodramma

Curioso iniziare l’avventura di CiakPolska 2019 con la proiezione in pellicola di un vecchio lungometraggio italiano. Ma c’è un motivo: Casa Ricordi di Carmine Gallone (1954) è uno dei numerosissimi film ai quali offrì le proprie competenze artistiche il pittore polacco Józef Natanson, già prestato al cinematografo durante il forzato soggiorno in Inghilterra, dove si era distinto per aver contribuito agli effetti visivi del celeberimmo Scarpette rosse. Proprio oggi, 9 novembre, viene inaugurata all’Istituto Polacco di Roma la mostra Questo è il mio cielo. Józef Natanson tra pittura e cinema, un’esposizione di quadri dell’autore, accompagnati da bozzetti, disegni, fotografie e video, che pongono in rilievo il suo ruolo di protagonista del mondo degli effetti speciali negli anni d’oro di Cinecittà.
Ripromettendoci di visitare la mostra con più attenzione, abbiamo comunque preso confidenza col mestiere appreso abilmente dall’artista polacco grazie ai film proiettati nella giornata inaugurale del festival: Casa Ricordi, per l’appunto, ed il segmento di Tre passi nel delirio diretto da Federico Fellini, quel Toby Damnit reso ancora più intenso dalla stralunata interpretazione attoriale di Terence Stamp. Ma la piccola lezione di Storia del Cinema non si è limitata a questo. Le proiezioni sono state infatti intervallate da un breve ma estremamente circostanziato documentario (Questo è il mio cielo di Wiktor Skrzynecki) realizzato in Polonia (con un interessante excursus italiano, comprensivo di visita lampo al Castello di Santa Severa) ed incentrato sulla biografia e sul percorso artistico dello stesso Józef Natanson; stimolante approfondimento, cui ha fatto seguito la concisa tavola rotonda moderata da Lorenzo Costantino con ospiti il figlio Stephen Natanson, Paolo Zeccara e Stefano Masi, dalle cui testimonianze è emerso innanzitutto il senso profondo dell’artigianalità e della creatività di cui era intriso l’operato di Natanson e di chi, come lui, sapeva risolvere sul set tutta una serie di problematiche relative al comparto degli effetti speciali, dei trucchi ottici; aspetti importanti dai quali generi come il peplum o il fantastico, ma anche altri, dipendevano e traevano linfa vitale. Abbiamo appreso pertanto l’origine e la funzione di tecniche come il matte shot e il glass shot, ampiamente utilizzate dal pittore polacco per arricchire di elementi scenografici (spesso fantastici) i fotogrammi dei film cui era chiamato a collaborare. Ed abbiamo ammirato fortemente la sua inventiva posta al servizio di pellicole come il Satyricon di Fellini o Cleopatra, maestoso kolossal d’oltreoceano con protagonista Liz Taylor.

Tra i tanti aneddoti sciorinati dagli ospiti o nel corso del documentario ci hanno fatto sorridere certi alterchi con lo stesso Fellini, come anche le sfrontate dichiarazioni di Carmine Gallone proprio al termine delle riprese di Casa Ricordi: pare che il regista si vantasse con la stampa di aver aperto le porte dei più famosi teatri italiani al pubblico del suo film, quando invece i loggioni e i palchetti di alcuni di questi erano stati dipinti, con perizia tale da non lasciar intravvedere – almeno in campo lungo e per pochi secondi – la finzione, dal buon Natanson. Scaltro quindi Gallone a promuovere la pellicola ed ottimo il lavoro del pittore polacco, dato che in certi contesti filmici la riuscita dei trucchi è proprio questa, renderli in qualche modo invisibili, farli scompare alla vista del pubblico senza interrompere così la magia.
Abbiamo parlato tantissimo della sublime artigianalità presente su questo set. Ma il film? In tutta onestà non lo avevamo ancora mai visto, ma conoscevamo (di fama o per alcune personali riscoperte) l’attitudine di Carmine Gallone per le opere cinematografiche lirico-musicali e storico-biografiche. Casa Ricordi ci ha sorpreso in positivo. Il prolifico cineasta cui si devono trasposizioni come E lucean le stelle (1935), Casta Diva (1935), Giuseppe Verdi (1938) Manon Lescaut (1940), solo per fare alcuni titoli, seppe portare avanti tale filone prima, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale con indubbia coerenza, lasciando trasparire passione e persino deferenza nei confronti del tema ricorrente, la musica lirica.
Casa Ricordi è forse in tal senso l’opera più ambiziosa, stante la sua natura antologica e l’impegnativa sceneggiatura concepita a più mani, comprese quelle già allora benedette di Age e Scarpelli. Cosa ci ha affascinato di questo script, a tratti persino ridondante? Cosa ci ha colpito del suo ripercorrere rapsodicamente un intero secolo, il diciannovesimo, rapportando il susseguirsi dei principali eventi storici all’attività dei più grandi compositori dell’epoca, gente come Rossini, Donizetti, Bellini, Verdi e Puccini?
Innanzitutto l’aver individuato il fil rouge del racconto nell’operato di alcuni “grandi italiani”, nella fattispecie la famiglia Ricordi, i cui componenti contribuirono pionieristicamente al successo di tali musicisti nei teatri, alla rivendicazione dei loro diritti d’autore e ad una aurorale affermazione dell’industria discografica moderna, che aveva all’epoca nella stampa e nella pubblicazione degli spartiti il suo punto di forza. Strepitosa e significativa, a riguardo, la presenza di un Paolo Stoppa irresistibile come sempre, nei panni di Giovanni Ricordi. Ma questo ci offre poi lo spunto per ribadire che Casa Ricordi è anche, nel bene e male, un’operazione cinematografica tesa a valorizzare l’imponente cast musicale ed artistico. Praticamente il meglio dello star system italiano del Dopoguerra. E la cosa davvero divertente, pur nella sostanziale prolissità di una narrazione perennemente in bilico tra melodramma e commedia, diventa assistere ad alcuni gustosi quadretti che vedono protagonisti divi di differenti generazioni, con una implicita (e sapida) gara di bravura tra il decano Fosco Giachetti nei panni più austeri di Giuseppe Verdi, l’arrembante Marcello Mastroianni alias Gaetano Donizetti e un intenso Gabriele Ferzetti nelle vesti di Giacomo Puccini, giusto per citare le figure che ci sono rimaste più impresse.

Stefano Coccia

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