Can You Dig This

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Da gangster a giardiniere: la rivoluzione di South Central

Forse il nome può suonare familiare da qualche film, ma se qualcuno a Los Angeles dice di venire da South Central, si può esser certi che non viene visto in maniera positiva. South Central è infatti una delle zone più pericolose di Los Angeles, conosciuta per le presenza di gang, crimine e droghe, dove scatta sempre il coprifuoco se tra qualche vicino nascono tafferugli e dove la presenza del numero di pattuglie della polizia la dice lunga sulla sicurezza di quelle strade.
Eppure anche nella bruttezza di un quartiere simile, si trova un piccolo seme da cui germoglia tanta bellezza.
Can You Dig This prodotto da John Legend e diretto da Delila Vallot, ha avuto la sua prima al Los Angeles Film Festival di quest’anno ed è stato presentato nella categoria LA Muse. Los Angeles come musa ispiratrice. E come non dargli ragione? Can You Dig This è un frutto della Los Angeles meno conosciuta e forse più popolata e va alla scoperta di alcuni giardinieri urbani della zona di South Central.
Delila Vallot non ha scelto Suoth Central per caso. Il papà anziano vive in quella parte della città mentre lei è cresciuta con la madre ad Hollywood, a 10 miglia di distanza.  La sua curiosità nel voler esplorare questa zona rappresenta forse un insieme di frustrazione e rimpianto per non es-sere stata a contatto con un luogo che in fondo ha delle profonde radici nella sua famiglia.
Delle grafiche moderne ci mostrano la mappatura dei quartieri di South Central, Compton, Watts, dove le sirene della polizia suonano ogni giorno e senza orario, dove la povertà dilaga in-sieme allo spaccio di droghe e l’appartenenza alle gang sembra essere spesso essere l’unica soluzione per molti giovani.
Los Angeles non è solo il mondo glamour di Hollywood. Los Angeles è anche questa. Quella che vista dall’alto appare un ammasso di cemento e case recintate con del filo spinato e  dall’aspetto poco invitante, senza spazi verdi dove le varie comunità possano riunirsi.
Ed è per questo motivo che il protagonista assoluto del documentario è Ron Finley, il giardiniere che ha creato una “foresta” sul marciapiede davanti casa sua, tanto da attirare l’attenzione non solo dei vicini che hanno approfittato dei frutti che le piante hanno prodotto mangiandoli, ma an-che della città che lo ha multato per aver usufruito impropriamente del territorio comunale senza un permesso apposito. Gli altri soggetti sono Mychael “Spicey” Evans, ex – o forse non proprio  – membro di una gang, e Kenya Johnson che fanno parte del Compton Community Garden. Lui sta imparando a fare il giardiniere per coltivare piante di marijuana mentre lei vuole abbandonare un passato doloroso e diventare una infermiera e trova nel giardinaggio un modo per dimenticare i suoi problemi. Anche l’anziano e simpatico Osea Smith vuole mettere da parte un passato di ben trent’anni passati in prigione e il suo entusiasmo nel coltivare il suo primo orto nella residenza per ex carcerati dove vive, viene rivelato in scene molto commoventi. La più giovane è invece Quimonie Lewis, una bambina di otto anni, una giovane leader nella sua comunità dove gestisce l’orto e dove cerca di aiutare i genitori a cambiare il loro regime alimentare mangiando frutta e verdura nonché vendendola nel suo quartiere. Per ognuno di queste persone, lavorare l’orto è un modo che ritrovare la dignità, di non pensare ai propri problemi e ha sicuramente un valore aggiunto. E lo è anche se vedessimo delle statistiche: su quelle strade dove sono sorti degli orti comunitari, sono scomparse o quasi situazioni di spaccio o prostituzione. Dal grigio del cemento e dell’erba secca al verde e a tutti gli altri colori di fiori e frutti.
La presenza della Vallot è tangibile dietro la macchina da presa soprattutto per le sue domande  molto immediate ai suoi soggetti e alla sua sensibilità, spesso volutamente ingenua. Si tratta solo di un crescendo di una forte presa di posizione. La regista non fa altro che confermare che queste persone vogliono degli spazi comuni a South Central per poter coltivare, mangiare e vendere i frutti che ne possono ricavare. In quelle piccole oasi verdi in quartieri dove tutto sem-bra arido e sterile, dove riecheggiano solo spari di pistole e la volante della polizia, fermenta un importante movimento politico e umano che puo’ riscattare quelle zone più povere e pericolose di Los Angeles.
John Legend ha scritto una canzone per il documentario e durante il film spiccano anche brani di 50 Cent e Ludracris, cosa che forse non sarebbe mai accaduta se Legend non ne fosse stato il produttore esecutivo.
Can You Dig This ha una forte impronta attivista e stimola all’azione e partecipazione delle co-munità, non solo quelle limitrofe a South Central, ma tutte le comunità dei vari quartieri di Los Angeles. Un lavoro importante che mostra una profonda umanità in persone troppo spesso e-marginate e giudicate facilmente per il colore della pelle o per il quartiere dove sono cresciute. Se i semi vengono fatti germogliare, il cambiamento può avvenire e portare meritatamente i suoi frutti.

Vanessa Crocini

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