Camerieri

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8.0 Awesome
  • voto 8

Poveri cristi

Anche solo indirizzare lo sguardo in una direzione contraria al “sentire” comune, può comportare l’abbattimento di determinati tabù. Un encomiabile modus operandi che Adriano Giotti ha fatto proprio nel corso della sua filmografia, sempre caratterizzata dalla presenza di personaggi in teoria poco “cinegienici” poiché appartenenti ad un sostrato sociale che fa molto comodo tenere nascosto o comunque fingere di non vedere. Come nell’apprezzato lungometraggio Sex Cowboys (2016), peraltro al tempo recensito sulle pagine della nostra rivista.
In questo senso Camerieri è un cortometraggio da tenere in altissima considerazione e additare ad esempio. Perché in dieci minuti scarsi di durata ci racconta un mondo che si trova appena dietro il classico angolo, ma che appunto risulta quasi alieno rispetto alla sfavillante realtà virtuale che ogni giorno ci viene rappresentata dai vari media.
Camerieri – e già dal titolo emerge una chiara dichiarazione d’intenti – ci catapulta nella periferia romana, per l’occasione eletta a sineddoche di ogni zona limitrofa del nostro paese e oltre. Due uomini, Francesco (Giovanni Izzo) e Mauro (Alberto Tordi), stanno recandosi in auto ad un appuntamento. Discorrono del più e del meno. Di quanto un figlio costituisca una speranza alla quale aggrapparsi. Appare evidente una situazione di forte difficoltà. E infatti i due stanno andando a riscuotere un credito, dovuto al loro lavoro come camerieri in un locale ora chiuso. Davanti alla serranda abbassata del ristorante trovano una presenza sgradita, il loro ex collega Gaetano (Enzo Saponara), anche lui arrivato per il medesimo motivo e molto risentito per non avere avuto più notizie del titolare. Tra tensione palpabile e montante, una svolta inattesa attenderà i tre protagonisti.
Parlare di ottima ricostruzione di finzione, riguardo Camerieri, non ha molto senso. Il corto di Adriano Giotti – anche sceneggiatore assieme ai tre mirabili interpreti – ritrae una realtà circostanziata in maniera impeccabile ed inesorabile, aggiungendo tragedia a drammi umani con una verosimiglianza pressoché inattaccabile. Un’opera certamente figlia del momento che stiamo tutti vivendo, vessati da una lunghissima pandemia che ha inciso profondamente sull’assetto sociale. Ma che nasconde sotto la superficie anche molto altro, affidato all’intuizione del singolo spettatore. Una disamina antropologica esemplare, arricchita da una regia essenziale che svela il suo vero volto attraverso piccoli dettagli – in apparenza trascurabili ma in realtà estremamente significativi – che vanno a comporre un mosaico raggelante in cui anche l’ultima speranza pare essere definitivamente tramontata. Un insieme esplicitato da una sorta di twist finale, con relative conseguenze, capace di stravolgere ogni convinzione maturata sino ad allora, sia tra i tre personaggi in scena che tra gli spettatori. Uniti da un percorso quasi simbiotico molto difficile da accantonare.
Camerieri è dunque un cortometraggio costruito a mo’ di spirale avvolgente, che costringe chi guarda all’empatia, ad immedesimarsi in una situazione che potrebbe colpire la stragrande maggioranza di chiunque, una volta venute a mancare quelle poche certezze su cui si fonda un benessere sociale quanto mai precario soprattutto oggi. Si potrà obiettare che è ben più facile colpire duro in un lavoro a bassissimo budget, destinato al di fuori degli ordinari circuiti commerciali. Non è così. Camerieri rappresenta un pugno nello stomaco benefico, in grado di scuotere le coscienze per la sua spontanea sincerità molto più di qualsivoglia inchiesta televisiva d’ordinanza intrisa di sensazionalismo e costruita per recepire un’audience usa e getta. Ci riesce intercettando la difficoltà estrema di preciso periodo storico, riportandolo però ad una dimensione intima e personale, capace per questo di fare ancora più male. Mai come in questo caso sarebbe appropriato scrivere di “visione necessaria”. Anche solo per provare a vivere, indirettamente, una situazione che si sta moltiplicando in modo esponenziale; senza che nessuno, in alto loco, avverta l’esigenza di porvi un qualsiasi rimedio.

Daniele De Angelis

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