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Butcher’s Crossing

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VOTO: 7

Go West

Il genere western, con le proprie infinte diramazioni, consente molto spesso ai registi che si cimentano nella temeraria prova di tentare un approccio differente rispetto al classico “cowboys versus indiani” o comunque nemici ben definiti. Nel caso di Butcher’s Crossing le cose si evolvono in modalità totalmente differente, ricercando e catturando lo spirito pionieristico che caratterizzò quell’epoca irripetibile della seconda metà dell’Ottocento.
Kansas, 1874. Direttamente dalla prestigiosa università di Harvard, a Boston, arriva il giovane Will Andrews, desideroso di nuove esperienze. Il richiamo del mito della frontiera è irresistibile, perciò si mette alla ricerca di una vecchia conoscenza di suo padre, provando ad essere coinvolto in qualche spedizione di caccia al bufalo. Il cui commercio di pelli sta andando, in quel periodo, per la maggiore. Dopo un iniziale rifiuto incontra il veterano Miller, che gli propone l’affare: Will con i suoi risparmi finanzierà una spedizione in Colorado dove esiste una mandria sterminata. Will accetta e l’avventura può avere inizio.
Dieci anni dopo aver presentato sempre alla Festa del Cinema di Roma Motel Life, diretto assieme al fratello Alan, Gabe Polsky torna nella kermesse romana, sezione Grand Public, con Butcher’s Crossing, un western ruvido come i volti dei professionisti ingaggiati dal giovane Will (un convincente Fred Hechinger, già apprezzato nella serie tv di culto The White Lotus). Tra cui spicca un Nicholas Cage (Miller) in versione calva e barbuta, ben disponibile ad interpretare un ruolo tipico dell’attore californiano.
Butcher’s Crossing ambisce ad essere molte cose. In primis un racconto di formazione, ma anche un’opera di denuncia ecologista nei confronti dell’aggressione umana alla fauna animale nonché, di riflesso e soprattutto nell’epilogo, una sorta di “de profundis” sulle insane regole del mercato, in vigore in quel periodo come purtroppo anche oggi. Una serie di obiettivi che il regista Gabe Polsky – anche sceneggiatore, traendo spunto dal romanzo omonimo di John Williams – centra a ripetizione per buona parte del film, dimostrando di aver raggiunto una maturità stilistica espressa attraverso uno sguardo del tutto particolare ad ambiente e situazioni che vanno sviluppandosi. Il dettaglio passa in primo piano, obbligando lo spettatore a seguire inquadrature e sequenze nella loro interezza, come ogni lungometraggio riuscito dovrebbe saper fare. Dove invece Butcher’s Crossing inciampa in maniera abbastanza visibile è nel tradire in modo evidente le proprie, peraltro nobilissime, origine letterarie e cinematografiche. Sin troppo attesa la metamorfosi del personaggio di Cage – a maggior ragione in virtù dei precedenti del protagonista di Face/Off – da pacato Virgilio a colonnello Kurtz di coppoliana memoria in preda a nevrosi e delirio di onnipotenza, desideroso di estinguere tutti i bufali del Colorado. Anche l’epilogo, comunque spettacolare, deve molto ad Ernest Hemingway e ad uno dei suoi romanzi più famosi, del quale vi tacciamo il titolo per non rovinare la sorpresa nella visione di un’opera che merita comunque una visione attenta. Anche perché di western duri e puri come questo Butcher’s Crossing ne arrivano pochini, con destinazione sala cinematografica.
Ci sentiamo perciò di consigliare la seconda opera di finzione di Polsky, al quale la regia in solitaria sembra senz’altro aver giovato rispetto al film d’esordio, essendo riuscito a coniugare tutto sommato felicemente un ineccepibile apparato formale ad una serie di sottotesti e chiavi di lettura tutt’altro che di trascurabile importanza.

Daniele De Angelis

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