Brothers

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Non c’è presente in Turchia

In primo piano un grosso cane nero è legato a un catena. È in attesa tranquillamente, seppure prigioniero. La pellicola Brothers (in originale Kardesler) di Omür Atay, vista al festival Cineuropa#32 si apre con questa scena, per dare già i contorni, attraverso una metafora, del il giovane protagonista Yusuf. Anche la ristrettezza dell’inquadratura sta a significare che sarà una storia fissa sui personaggi, e con una narrazione soffocante. Si respira aria asfissiante, infatti, seppure molte ambientazioni sono in esterno. Non si tratta solo di una pesantezza dovuta alla vicenda, ma ad una situazione sociale che ancora perdura in Turchia. Una organizzazione patriarcale e un maschilismo brutale che ancora opprime le donne e gli uomini deboli.

Il giovane Yusuf ci viene presentato fisicamente mentre è in carcere che svolge la solita routine di un prigioniero (ora d’aria, lavori utili, discussioni con i compagni). Alla fine della pena scontata, dopo aver rifatto diligentemente il letto (ripiegata bene la coperta) e salutato il compagno di cella (ritenuto uno pseudo-fratello), fuori dalla prigione è atteso dal fratello maggiore Ramazan, che come un saggio pastore accoglie la pecorella smarrita riportandola all’ovile. Queste prime sequenze, posate e quasi di stampo da cinema classico, sono solamente una premessa superficiale, che si ribalteranno con la progressione della pellicola. Il regista Omür Atay, anche autore della sceneggiatura, imbastisce uno sviluppo narrativo lento proprio per centellinare le informazioni e dare maggiore risalto alla prevaricazione che subisce Yusuf e, di rimando, la parte della debole società turca. L’arrivo nella grande, assolata e ariosa stazione di servizio di proprietà della famiglia, e il tentativo fraterno di riabilitare il giovane Yusuf, con il passare del tempo si rivelano essere un cupo purgatorio, che separa il protagonista dal carcere (rappresentazione dell’inferno) alla casa familiare, dove c’è la mamma (emblema del paradiso). L’agognato ritorno al focolare domestico, per rivedere la madre, che si svolge brevissimamente a causa del tetro clima che vi aleggia, mette Yusuf nella difficile situazione di riuscire a vivere il presente, a causa di un trauma familiare avvenuto nel passato, che separa in modo insanabile lui dalla madre. La causa di ciò non è il disonore di essere finito in carcere, ma la tragica circostanza in cui è stato protagonista (che si scoprirà con lo svolgersi della narrazione) e per cui è stato condannato. In questo presente difficile, a livello familiare e finanche a livello sociale, Yusuf preferisce sempre restare rintanato (nella camera del motel della stazione di servizio, nell’auto o fingendo di dormire). Nelle battute finali, quando il fratello Ramazan conferma la propria indole egoista e violenta verso la giovane Yasmine, il giovane comprende che per lui non c’è spazio nella famiglia e in questa realtà. Salvata la ragazza, quasi come un atto riparatore di quello che fece in passato, Yusuf preferisce tornare in carcere, dopo aver bruciato l’auto del fratello (uno dei simboli di successo). Omür Atay, dopo molte regie di episodi di serial televisivi, esordisce con questo Brothers nel lungometraggio cinematografico, cercando di non cadere in veloci soluzioni emotive. Abile nel maneggiare con attenzione la delicata e grave materia (in verità già vista in altre pellicole), riusce qualche volta a dimostrare di essere capace di creare una messa in scena controllata e senza sbavature, ma purtroppo la storia non riesce a destare sempre una grande attenzione.

Roberto Baldassarre

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