Boys

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Materiale (poco) resistente

Al di là del risultato finale e del giudizio critico che ne consegue, Boys (2020) di Davide Ferrario è a suo modo una grande novità, perché dopo diverse primaverili pellicole incentrate sul mondo giovanile e i disagi che possono attanagliare quell’irrepetibile età, come ad esempio fotografava bene Tutti giù per terra (1997), uno dei migliori manifesti sulla Generazione X, il regista bergamasco affronta per la prima volta una storia autunnale, incentrata sull’approssimarsi della terza età. Chiaramente la pellicola non è incentrata su aspetti strettamente autobiografici (Ferrario adora la musica, ma non è mai stato un musicista), però è classe 1956, per tanto ha la medesima età di tre personaggi su quattro (il personaggio di Marcorè ha qualche anno in meno), e anche lui ha vissuto con vigore quei favolosi anni Settanta, sebbene principalmente a livello cinematografico, essendo uno dei fondatori della Lab80, che a suo modo può essere considerata un gruppo – cinefilo – rock. Ferrario è fuggevole a etichettature e generi (ha iniziato con un noir, poi ha fatto una pellicola grottesca, successivamente diversi documentari su differenti argomenti, e poi un dramma porno, differenti commedie riflessive), e Boys è la conferma di questo suo libero percorso, benché gli incassi non lo abbiano premiato con regolarità (nella sua lunga carriera si possono contare solamente due ottimi successi).

Fatta questa premessa, Boys purtroppo non rientra nella lista delle opere più riuscite di Ferrario, e la sorpresa di vederlo dirigere una storia su un quartetto di musicisti in là con gli anni, definiti nella pellicola come vintage molto maturo, si spegne man mano che il film procede. La sceneggiatura firmata dello stesso Ferrario assieme a Cristiana Mainardi, precedentemente co-sceneggiatrice di Nome di donna (2018) di Marco Tullio Giordana, su uno sfondo da commedia (i quattro protagonisti hanno curriculum da commedianti, innesta gli usuali momenti riflessivi, sull’avanzamento dell’età (e l’allontanamento della giovinezza e degli ideali) e sulla società odierna, ormai divenuta superficiale, rimbambita da influencer, social e commerciabilità. In ambito cinefilo si potrebbe mettere tra Svalvolati on the road (Wild Hogs, 2007) di Walt Becker, e Space Cowboys (1999) di Clint Eastwood, ma fortunatamente non ha una comicità demenziale come il primo, ma sfortunatamente non ha quel tocco riflessivo che possiede, seppur con difetti, la pellicola di Eastwood. Certamente Boys è una commedia ampiamente gioviale, anche ravvisabile dall’usuale ritmo visivo dato da Ferrario, però frana quando cerca di piazzare quei piccoli momenti seriosi e/o sentimentali, come ad esempio il re-incontro con l’ex vocalist Anita (una bella Isabel Russinova), oppure il catartico viaggio on the road in cui ognuno dei quattro ritrova i propri ideali. Nemmeno la demenziale fustigata alla musica Trap e al mondo che vi gravita attorno è poi tanto riuscita, proprio perché superficiale. Del quartetto il migliore che funziona è Neri Marcorè, che recita sottotono e aspetto torvo, rispetto agli altri che sembrano pure macchiette (Giovanni Storti non è assolutamente credibile come batterista), e anche Mariella Valentini, brava attrice poco utilizzata nel cinema, cesella bene la produttrice musicale interessata solamente ai soldi e al suo fisico. Comunque, gli unici momenti veramente riusciti sono quelli in cui Ferrario monta, inserendoli nel tessuto della storia, vecchi spezzoni dei raduni musicali degli anni Settanta, in cui il perfetto connubio tra immagini e musica confermano come sia un regista migliore quando lavora su materiali storici già esistenti, ricreando con un nuovo linguaggio un sentimento.

Roberto Baldassarre

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