Born to Fly: Elizabeth Streb vs. Gravity

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8.0 Awesome
  • voto 8

L’estetica dell’impatto

“Qualsiasi cosa troppo sicura non è azione”. A pronunciare queste brevi ma sintomatiche parole non è un veterano degli action movie, tantomeno uno stuntman della vecchia guardia, come logica avrebbe voluto, ma l’ex ballerina sperimentale e ora coreografa statunitense Elizabeth Streb, che proprio sul suddetto assunto ha fondato il Pop Action Performance Group, un’eterogenea compagnia di atleti volanti acrobatici chiamata con le proprie esibizioni a sfidare costantemente i limiti dell’arte, dell’invecchiamento, dei danni fisici, del genere, della gravità e delle possibilità umane. Tra teatro danza, ginnastica artistica e arte circense, la tecnica elaborata dalla Streb ha dato vita in quarant’anni circa a spettacoli pirotecnici che hanno lanciato i performers dalla terra al cielo in esibizioni coloratissime e di enorme impatto visivo, interamente costruiti sulla base di movimenti non convenzionali che li rende in tutto e per tutto unici.
Ed è proprio sull’evoluzione artistica e filosofica della straordinaria figura della coreografa americana che Catherine Gund ha realizzato il suo ultimo documentario dal titolo Born to Fly, presentato con successo nel circuito festivaliero internazionale e transitato in Italia nell’ambito della sezione competitiva dedicata al “cinema del reale” della 29esima edizione del Festival Mix Milano. L’omosessualità scoperta in adolescenza e la duratura relazione con la compagna di una vita Laura, infatti, sulla carta fanno del film un’opera a tematica gaylesbica, ma nei fatti questo aspetto passa del tutto in secondo piano – non perché non sia importante – per lasciare spazio al lavoro e alla carriera della Streb. Questo diventa a tutti gli effetti il cuore dell’operazione, ossia il baricentro drammaturgico su e intorno al quale la regista americana costruisce l’architettura del suo quarto documentario.
La Gund firma un classico biopic che parla della vita pubblica e privata di un’artista che ha fatto del proprio modo di fare e concepire l’arte un elemento distintivo e riconoscibile. La vediamo nel  teatro/laboratorio mentre studia le coreografie e segue le prove, ma anche fra le mura di casa nel suo studio o impegnata nelle faccende domestiche, a cominciare dalla cucina, altra sua grande passione. Ciò restituisce sullo schermo il campo controcampo esistenziale di una biografia, ossia le due facce di una stessa medaglia che risponde al nome di Elizabeth Streb.
E fin qui siamo su territori già ampiamente battuti da chi alle diverse latitudini si è cimentato e continua a cimentarsi con il filone biografico. Ma con Born to Fly la galleria cinematografica si arricchisce di un titolo che riesce ad allargare il proprio orizzonte drammaturgico ben al di là del tradizionale schema preconfezionato che segna le linee guida di operazioni analoghe, semplicemente dedicando parti del racconto anche a coloro che hanno reso e rendono ancora possibili le straordinarie e spettacolari esibizioni disegnate nello spazio dalla coreografa protagonista. Per farlo, la regista decide di rivolgere lo sguardo della macchina da presa anche verso i componenti della Compagnia, cosciente che senza il loro contributo alla causa la sfida della Streb alla forza di gravità non sarebbe possibile. Apposite e armoniose parentesi che non rompono gli equilibri della timeline permettono alla narrazione di aprirsi e chiudersi in modalità random, quanto basta per delineare i profili caratteriali, psicologici e professionali, dei principali performes, comprese le motivazioni che li hanno spinti a entrare a fare parte del Pop Action Performance Group. Scelta, questa, a nostro avviso intelligentissima, che consente all’opera di muoversi lunga una linea corale e polifonica, così da evitare alla protagonista il fastidioso compito di parlarsi e di sbrodolarsi addosso. La Streb e il suo gruppo di ballerini finiscono così con il raccontare e raccontarsi in un documentario che ci porta diritti alla scoperta di un nuovo modo di pensare e concepire il corpo e i suo movimenti. La mente non può non tornare di riflesso al Pina di Wim Wenders che, pur seguendo traiettorie diverse, colpisce allo stesso modo per la bellezza di ciò che vediamo e ascoltiamo.
Tra riprese di repertorio e immagini live lo spettatore viene catapultato nel dietro le quinte delle strabilianti coreografie della protagonista, alla scoperta di come e con quali rischi vengono concepite. Assistiamo così a esibizioni da mozzare il fiato come quelle realizzate dalla Streb & Co. durante le Olimpiadi di Londra sul Millennium Bridge e dall’alto dei 135 metri della ruota panoramica London Eye. La Gund è bravissima a trasferire sullo schermo la grandiosità e la spettacolarità di quelle esibizioni, ma soprattutto a restituire il genio e il coraggio di un’artista che ha deciso sfidare la forza centrifuga, mandando in frantumi quei limiti che sembravano fino a quel momento invalicabili per coloro che fanno danza.
Born to Fly vola alto perché riesce a raggiungere senza alcuna difficoltà i due obiettivi chiave di chi fa questa tipologia di documentari: far conoscere la figura di un’artista e far riconoscere i suoi meriti, magari a chi non ne era a conoscenza; tenere incollati alle poltrone i fruitori dell’opera. La Gund ci riesce su entrambi i fronti, passando attraverso una qualità audiovisiva di altissimo livello e un montaggio dal ritmo incalzante.

Francesco Del Grosso

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