Born in Evin

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

Traumi iraniani del passato

La genesi del documentario di ricerca Born in Evin, nasce dalla necessità di Maryam Zaree di conoscere e capire cosa accadde nella sua primissima infanzia, e del perché la madre continuamente si nega di raccontargli cosa accadde in quel periodo. La Zaree sa solamente che nacque nel carcere di Evin, ma non sa come si viveva lì dentro, né come lei e la madre sono riuscite a uscire da quel temibile penitenziario iraniano. È la stessa autrice a spiegare visivamente e sinteticamente, attraverso un parallelismo cinematografico, il senso di questo suo lavoro di ricerca: colmare quei “fotogrammi” neri che si trovano tra i vecchi filmati che mostrano il periodo di governo autocratico dello scià Mohammad Reza Pahlavi a cui seguono i filmati che immortalano la rivoluzione iraniana del 1979 e i filmini casalinghi girati dalla madre in Germania all’inizio degli anni Novanta. È proprio da questa necessità di sapere, che nasce come curiosità privata, che Maryam Zaree nel suo indefesso investigare riesce a riempire quei fotogrammi neri.

La prigione di Evin, situata nell’omonimo quartiere della città di Teheran, fu costruita nel 1972 per volere dello scià Pahlavi. Doveva essere solo un centro di detenzione in cui i prigionieri avrebbero dovuto attendere il verdetto, ma sin da subito si trasformò in un penitenziario vero e proprio. Durante la repubblica islamica i detenuti aumentarono, e al proprio interno vennero incarcerati principalmente gli intellettuali, perché “figure pericolose” per una dittatura (soprattutto se religiosa). Per gli iraniani che sono riusciti a uscire vivi dal carcere – almeno fisicamente ma non totalmente psicologicamente – e per le loro famiglie in perenne tensione per quello che sarebbe potuto capitare ai loro cari congiunti, è stato una vera anticamera dell’inferno, e per questo che molti sopravvissuti preferiscono dimenticare, come ad esempio la madre di Zaree. Le testimonianze che sono state raccolte, riferiscono di sadiche violenze somministrate ai detenuti, oltre a incessanti esecuzioni di morte. Per le donne, oltre a queste brutalità, c’era anche l’inumano stupro. L’indagine dell’autrice, che parte da quel gravoso silenzio della madre, la porta a mettersi in contatto con altri cittadini iraniani, sparsi per il mondo, per ricomporre quei pezzi mancanti che vuole conoscere. Il viaggio investigativo conduce Zaree a comporre un quadro (semi)completo non solo del carcere di Evin, ma anche dell’Iran degli anni Ottanta. Riesce a ricevere informazioni dalle donne profughe riparate a Parigi che, annualmente, organizzano una conferenza per non dimenticare quegli orrori e aiutare le conterranee a rifarsi una vita. In Olanda, l’autrice conosce una coetanea, il cui padre venne incarcerato e torturato, e decide di collaborare con lei, perché anch’essa sta lavorando su un documentario similare. In California va a intervistare un’altra ragazza, anch’essa della stessa età, che ha scritto un libro su quell’oscura epoca. Oltre a ciò, ci sono i confronti con il padre, uno di quei sopravvissuti di Evin (lui parla di miracolo con riferimento allo sterminio del 1988), che gli racconta alcuni atroci fatti che accadevano nelle carceri. Nel suo appartamento conserva, oltre ai dolci ricordi della figlia (foto, lettere, video, audio), anche alcune “reliquie” di quel tragico passato, custodite per non dimenticare. Born in Evin, presentato al festival #Cineuropa33, benché non completamente compatto, è uno di quei documentari che aiutano a mostrare realtà nascoste o dimenticate, che diventano un ampliamento della memoria che, quando i sopravvissuti moriranno, seguirà a essere disponibile per le generazioni future.

Roberto Baldassarre

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