Bob Rafelson, un grido nell’oscurità

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Dalla ribellione al disincanto

Pochi registi sono riusciti nell’impresa di caratterizzare, con un pugno di opere, un determinato periodo storico. Si pronuncia il nome di Bob Rafelson, scomparso alla veneranda di ottantanove anni, e istintivamente viene da riflettere sul riflusso degli anni settanta, decade in cui la protesta sessantottina cedette il posto alla cocente disillusione scaturita dalla restaurazione. E fa abbastanza sorridere sentire Rafelson catalogato come alfiere della cosiddetta Nuova Hollywood, lui che ha contribuito a vivisezionare il sogno americano fino a mostrarlo per ciò che realmente è: una lunga discesa in caduta libera verso l’abisso.
Le due fasi storiche, Rafelson, in carriera le ha attraversate subito, nell’arco di un solo anno. Nel 1969 contribuì alla produzione dell’epocale Easy Rider di Dennis Hopper, coagulando un nucleo di artisti e amici rispondenti ai nomi illustri di Jack Nicholson, lo stesso Hopper, Peter Fonda. L’opera cinematografica rivestita di mitologia sessantottina già cedeva fatalmente il passo ad un post-sessantotto, in cui la spinta ribelle non poteva altro che venire soffocata. Infatti l’anno seguente Rafelson dirige in prima persona Sette pezzi facili (Five Easy Pieces), probabilmente il suo titolo più conosciuto nonché di maggior successo. Era l’alba dei settanta. Il ripudio della vita borghese sfociava nel nulla di un’esistenza randagia. Pochi altri film hanno ritratto con maggior nitore e spietatezza la parabola inesorabilmente discendente di quello che un tempo sarebbe stato definito “american dream”. Comincia a palesarsi l’attrazione irresistibile di Rafelson verso la parte oscura della società a stelle e strisce. Tendenza che in seguito sfocerà direttamente nel genere noir, sia pure abilmente mescolato con variegate spezie. Anche con Il Re dei Giardini di Marvin (The King of Marvin Gardens, 1972) si resta però ancora, in prevalenza, sul versante drammatico, con protagonista l’amico fidato Jack Nicholson. In un’opera che sottolinea senza compromessi la natura cannibalico-capitalista degli Stati Uniti.
Dopo l’interlocutorio ma interessante Il gigante della strada (Stay Hungry, 1976), peraltro ricordato per la presenza di Arnold Schwarzenegger nel suo primo ruolo di rilievo, la vena noir intrisa di erotismo insita nel cinema di Rafelson deflagra ne Il postino suona sempre due volte (The Postman Always Rings Twice, 1981) remake aggiornato ai tempi della prima versione con Lana Turner e John Garfield. Qui troviamo il consueto sodale Jack Nicholson a far coppia con una sensualissima Jessica Lange tra torbidi intrighi, scatenando un vero e proprio immaginario erotico. Non finirà bene, il film, come leggi non scritte del noir pretendono.
Ci addentriamo negli anni ottanta, variegato decennio in cui ogni cosa è stata cinematograficamente possibile. Ed anche Rafelson si adegua, illustrando da par suo ne La vedova nera (Black Widow, 1987) la tensione erotica nemmeno troppo sotterranea tra la detective Debra Winger e la presunta omicida di ricchi borghesi da impalmare ed in seguito uccidere Theresa Russell, coppia inedita e davvero scintillante. Il noir si tinge di thriller, per un lungometraggio troppo presto dimenticato. L’ultimo titolo di un certo rilievo arriva per Rafelson nel 1990 con Le montagne della luna (Mountains of the Moon), a prima vista anomala escursione nei territori dell’avventura ispirata a fatti realmente accaduti; in realtà meticoloso ritratto di una rivalità e di un’ossessione, quella di essere ricordato nel libri di Storia per la scoperta di territori inesplorati.
Gli stessi che Rafelson ha percorso in una carriera cinematografica numericamente esigua ma capace di lasciare un’impronta ben definita nel periodo storico attraversato. Purtroppo con opere scomode da ricordare, in un momento dove è assai più comodo (e conveniente) sbirciare alla superficie delle cose.

Daniele De Angelis

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