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Blonde

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VOTO: 8.5

Bionda innaturale

Se la somma di due o tre indizi finisce con il costituire una prova, è con il quarto che un assunto ipotetico finisce per divenire un’inoppugnabile certezza: Andrew Dominik è un cineasta a cui piacciono le sfide teoricamente impossibili. In primo luogo quella di divellere un singolo genere dal proprio interno, almeno per quanto concerne i lungometraggi di finzione da lui diretti. Chopper (2000), sua opera d’esordio, raccontava le turpi gesta di un famoso criminale australiano, divenuto però un uomo del tutto differente nel corso della detenzione. Ne L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (2007) l’epica del western veniva totalmente prosciugata, a beneficio di un realismo insistito investito di riflessioni filosofiche di insondabile profondità. E già eravamo dalla parti del capolavoro. Il successivo Cogan – Killing Them Softly (2012) rivoltava come un guanto il classico gangster-movie, riempiendolo di significati politici e riducendo i personaggi a burattini incapaci di ribellarsi a codici decisamente più grandi di loro. Una nazione, gli Stati Uniti, piegata (e piagata) alla legge del Dio Dollaro. Cult movie.
Ora Blonde, liberissimo adattamento del romanzo di Joyce Carol Oates. In apparenza un biopic sull’inossidabile Mito di Marilyn Monroe. Nella realtà completamente l’opposto, narrando in una dimensione semi-onirica la “non esistenza” di Norma Jeane Baker. Una donna forse mai realmente nata, di padre ignoto e madre sull’orlo e oltre della follia. Costretta suo malgrado a sdoppiarsi in Marilyn, la donna più desiderata dell’universo. Un desiderio che si rivelerà, nel corso di un lungometraggio che fa inevitabilmente (anche) della messa in scena la propria ragion d’essere, esclusivamente impulso di possesso carnale. Il corpo di Norma Jeane può essere solo idolatrato e quindi abusato, ripetutamente violato. Privato della possibilità di scelta (il primo aborto) e quindi sottratto da subito alla sua legittima proprietaria. Incubatrice di feti mai nati. Il grande schermo – quella sala cinematografica che Blonde, ironia della sorte, non vedrà mai, essendo finito sulla piattaforma Netflix dopo la presentazione in Concorso a Venezia 79° – rimanda un’immagine divistica nella quale i tormenti di Norma Jeane non possono in alcun modo riconoscersi. E Blonde gioca con sopraffina abilità su questo gigantesco “equivoco”, dando vita ad un gioco di specchi vertiginoso nonché del tutto privo – comprensibilmente e volutamente – di senso della misura, nel quale lo spettatore è chiamato in causa nella ricerca di un possibile senso. Che probabilmente non esiste, essendo Blonde tendenzialmente un sogno ad occhi aperti, pronto a tramutarsi nel più feroce degli incubi in una società allora (anni cinquanta-sessanta) a regime rigidamente maschilista e patriarcale capace, da quel momento in poi, di compiere passi avanti solamente quel minimo indispensabile per poter rientrare nel significato della parola progresso.
In Blonde tutti gli ingredienti della tipica favola american-hollywoodiana (la bambina povera, cresciuta in un orfanotrofio per i problemi famigliari già descritti, poi divenuta sex symbol e moglie di un campione di baseball come Joe Di Maggio e di un illustre letterato del calibro di Arthur Miller) sono già deteriorati in partenza. Per cui il risultato finale può avere solo un amaro sapore di rancido. Come sempre Dominik esplora senza remore la discesa nell’abisso di una donna innocente, la cui unica speranza ossessiva di vita – incontrare per la prima volta il padre biologico – si rivelerà un artificio orchestrato da altri, con le fantomatiche lettere paterne a punteggiare a mo’ di voce narrante un’opera destinata a rimanere scolpita nella memoria spettatoriale. Ennesima dimostrazione di quanto i premi non significhino nulla: come sempre le avanguardie di un nuovo modo di fare cinema vengono, sul momento, ignorate o addirittura bistrattate. Eppure quello di Andrew Dominik è un nome che ha fatto e continuerà a far parlare di sé, al pari della performance attoriale di una Ana de Armas semplicemente perfetta nel restituire le contraddizioni e le fragilità di un personaggio il quale, nonostante sia destinato a rimanere per sempre vivido nell’immaginario collettivo, con ogni probabilità non ha mai vissuto veramente.

Daniele De Angelis

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