Black Sea

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Selezione naturale

Le premesse di sceneggiatura – scritta da Dennis Kelly – su cui si basa un film come Black Sea sono assolutamente semplici e inappuntabili: mettete un gruppo di persone qualche chilometro sotto il livello del mare, in una situazione di estremo pericolo nonché con il miraggio di una ricchezza futura, e osservate quanto rapidamente cadranno i veli ipocriti del cosiddetto “vivere civile”. Black Sea rientra infatti nella ristretta categoria del thriller antropologico tutto al maschile che non rifiuta affatto, anzi accoglie con ammirevole pregnanza, istanze di tipo sociale e persino politico, concedendo alla spettacolarità fine a se stessa solo quel tanto che basta per provare a farne un successo di pubblico.
Già in partenza s’intuisce come il regista Kevin Macdonald – eccellente e originale documentarista (La morte sospesa del 2003, uno dei suoi tanti titoli di valore) nonché cineasta di finzione dagli esiti assai più discontinui (The Eagle, 2011) – abbia puntato a ragione tutte le sue fiches sulle psicologie dei personaggi del film, sollecitando con successo quei meccanismi di identificazione in grado di suscitare empatia nella platea. La nuda trama, quasi un pretesto per provocare l’inevitabile corto circuito e verificarne gli effetti, vede un gruppo di reietti anglo-russi, capitanati dal comandante Jude Law, mettersi a caccia dell’oro contenuto in un sottomarino tedesco inabissatosi durante il secondo conflitto mondiale. C’è un misterioso finanziatore dell’impresa e un mezzo a dir poco insicuro. Così il conflitto di classe entra subito di prepotenza nella contesa, dando la nitida idea di un corpus sociale ormai irrimediabilmente diviso tra chi possiede troppo e chi troppo poco. Il capitano Robinson (Jude Law), appena licenziato dopo undici anni di onorato servizio in nero presso una società specializzata in recupero marittimo, coltiva una personale idea di riscatto, da realizzare attraverso la riappropriazione di un tesoro conquistato con la violenza e la prepotenza dalla genia nazista. Poi un’utopia: quella “comunista” secondo cui la divisione in parti uguali possa cementare il gruppo nonché favorire il buon esito della difficile missione. E la trasformazione graduale di Robinson, resa alla perfezione da un eccellente Jude Law, da rigido idealista incompreso ad Achab ossessionato dal luccichio dell’oro è uno dei punti di forza di Black Sea, al pari delle ottime interpretazioni di tutto il resto di un cast composto da straordinarie facce da cinema (Ben Mendelsohn, Scott McNairy). Sembra inizialmente, per molti versi, una pellicola d’impegno alla Ken Loach, anche per il razzismo nemmeno troppo latente tra inglesi e russi, che in seguito deflagra nel peggiore dei modi; ma quasi subito ci si trova immersi nelle atmosfere del thriller claustrofobico, favorito dagli spazi assai ristretti (eufemismo) dell’ambientazione e da alcune sequenze sul fondo dell’oceano così realistiche da ricordare molto da vicino quelle del classico misconosciuto The Abyss (1989) di James Cameron. Non ci sono, ovviamente alieni, ma c’è l’oro, che aliena ulteriormente i singoli comportamenti e inasprisce una situazione già al limite dell’implosione. Il resto del film, al netto di qualche calo di ritmo e di alcuni flash-back riguardanti il passato famigliare di Robinson abbastanza inutili e ridondanti, va goduto e non raccontato. Anche perché altre sorprese – compreso un twist “complottista” perfettamente integrato nell’ambito del j’accuse anti-capitalista che permea il film – non si faranno attendere.
Kevin Macdonald, probabilmente alla miglior prova nel lungometraggio di finzione della sua intera carriera, riesce con bravura ad equilibrare le varie anime di Black Sea, facendo in modo che la componente hollywoodiana non fagociti i vari sottotesti, che in fondo rappresentano l’anima di un thriller che pretende di dire un’ultima parola sulla deriva di un mondo privo di scrupoli e pietas, in cui lo spazio per la parola umanità si va facendo sempre più ristretto senza però estinguersi del tutto. Riuscendovi appieno, a prescindere dal finale assieme un po’ moralista e molto, molto beffardo.

Daniele De Angelis

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