Black ‘47

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Once Upon a Time in Ireland

Campione di incassi in Irlanda. Film in costume decisamente ispirato, per quanto concerne uniformi di allora, ricostruzioni d’ambiente e più in generale la messa in scena. Lodevole risultato di una senz’altro impegnativa co-produzione con il Lussemburgo. Ma soprattutto revenge movie più tosto dell’anno, agli occhi di chi scrive, tant’è che il pubblico della Casa del Cinema ha potuto assaporare secche scene d’azione e atmosfere taglienti quanto la lama di un rasoio, abbandonandosi totalmente alla tensione di un plot che dall’inizio fino all’ultima scena non mostra l’ombra di un cedimento. Inutile girarci intorno: pur all’interno di un’edizione dell’Irish Film Festa dalla qualità media oltremodo apprezzabile, specialmente sul fronte dei documentari, Black ’47 di Lance Daly – regista il cui effervescente Kisses era stato presentato al festival ben dieci anni fa – ha voluto dire per noialtri amore a prima vista.

Non è la prima volta che il festival ospita lavori ispirati alla grande carestia irlandese del 1845, che ebbe pesanti strascichi anche negli anni successivi. Finora erano stati soprattutto cortometraggi. Soltanto un anno fa ne era stato proiettato uno d’animazione: Coranna di Steve Woods, “rotoscopica” avventura di un giovane stalliere che tenta il riscatto sociale e la salvezza dalla fame, partecipando a una corsa col cavallo del suo padrone, dopo essere stato illuso dalle sue promesse.
Ma è soltanto con Black ’47 che si è raggiunto un tale respiro epico, nel raccontare sul grande schermo questa pagina della storia irlandese così oscura, raggelante, sinistra ed anche deprecabile, per il funesto ruolo assunto dalla presenza inglese sull’isola.
Ecco, proprio i toni che caratterizzano le turpi azioni degli occupanti britannici e dei “collaborazionisti” locali ci hanno ricordato un po’ l’orgoglio nazionale, la stessa vocazione anti-coloniale e anti-imperialista, di certi kolossal indiani realizzati a Bollywood. Comune è senz’altro l’avversione per la ribalderia incarnata dalle spavalde, spesso spietate truppe al servizio della Corona. Del resto il protagonista del lungometraggio di Lance Daly è proprio un efficientissimo soldato irlandese, Feeney (James Frecheville), che dopo aver militato nell’esercito di Sua Maestà Britannica in lontani territori d’oltremare riesce rocambolescamente a far ritorno in patria, giusto in tempo per assistere alla rovina della propria famiglia: la fame, il freddo e le angherie dei possidenti terrieri hanno compiuto un’autentica strage, la cui tragica conclusione avviene praticamente davanti ai suoi occhi. Ma Feeney è combattente esperto, implacabile. Un’autentica macchina da guerra. E la sua feroce vendetta nei confronti degli aguzzini della sua gente insanguinerà ben presto il Connemara, trascinando all’inferno guardie colluse, viscidi intrallazzatori, soldati britannici e signorotti del posto. Con un finale, però, che lascia intelligentemente sfumare la traccia superomistica, riportando il pubblico e i protagonisti stessi alla profonda umanità di questa “guerra privata” e al quadro sociale più ampio che gli fa da sfondo.

Black ’47 si configura pertanto, anche esteticamente, quale western crepuscolare, quale livido e brutale film d’azione ambientato nell’Ottocento, la cui ruvida messa in scena può vantare coloriture che occhieggiano tanto a Sergio Leone che al cinema americano più “sporco” e ribelle degli anni ’70, da Aldrich a Peckinpah. C’è persino un personaggio, istrionicamente impersonato da uno Stephen Rea come sempre impeccabile, che nella sua duplice natura di popolano furbo e di cantastorie della piccola spedizione, allestita dalle autorità per neutralizzare l’inarrestabile Feeney, ha finito per ricordarci il meraviglioso Bob Dylan di Pat Garrett e Billy the Kid: da considerare, entrambi, potenziali “fool” scespiriani, osservatori sardonici di epoche al tramonto, malinconici menestrelli a cavallo. Quasi tarantiniano è comunque il gusto di costellare la narrazione di personaggi memorabili. Statuari. James Frecheville assicura al protagonista un’espressione funerea e a dir poco spiritata. Ovvero l’espressione giusta. Di Stephen Rea abbiamo già detto. Moe Dunford (ospite del festival e “uomo ovunque” del cinema irlandese di oggi) ha tutta la grinta che si addice al ruolo. Il londinese Freddie Fox è un irritante concentrato di alterigia “Made in England”. Il giovane, lanciatissimo Barry Keoghan ha quello sguardo inquietante, ambiguo fino alla fine, di cui si è accorto recentemente anche Lanthimos. Il decano Jim Broadbent è un Lord Kilmichael così cinico, arrogante, che anche allo spettatore più mansueto verrebbe voglia di sparargli personalmente. E poi menzione speciale per il principale antagonista di Feeney, Hugo Weaving. L’affermato interprete britannico è in un certo senso il termometro dell’azione, colui che con l’evolversi del suo personaggio fa salire la narrazione di tono: all’inizio lo vediamo nei panni di un villain privo di scrupoli, non così dissimile da quello gagliardamente interpretato in Macchine mortali, ma l’amicizia di vecchia data con l’uomo cui sta dando la caccia e il riaffiorare della lealtà, del rispetto per lui, faranno sì che il già intensissimo racconto cinematografico si arricchisca strada facendo di sfumature più profonde. L’ottima composizione del cast si è perciò aggiunta alla validità dello script e a una regia solida, curata in ogni dettaglio, rendendo Black ’47 un’emozionante e fosca avventura, da vivere trattenendo il respiro fino all’ultima inquadratura.

Stefano Coccia

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