Birdman: luci (e ombre) della ribalta

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Un altro sguardo sul film trionfatore agli Oscar

Niente è il racconto, tutto sta nel come si porta”: un detto del folclore siciliano suona più o meno così.
La trama di Birdman è infatti abbastanza semplice da riassumere: un attore in crisi, un uomo che non scinde più se stesso dall’attore che non scinde più se stesso dal personaggio, e tutti sono in crisi. Vuoi perché a un certo punto il sacro fuoco dell’arte chiama e, guardandoti allo specchio, ti rendi conto di aver sprecato un talento che senti di possedere, vuoi perché la pancetta incombe e le tutine di flanella non possono essere indossate per sempre.
Psicotico, rincitrullito da troppe sbornie passate, vanaglorioso e infantile, il personaggio principale di Birdman riesce a risultare, nonostante le premesse, abbastanza amabile, proprio per quella sua testa di celluloide, in bilico fra il capriccio infantile e la ybris dello scemo.
Oppure perché chi gli ruota intorno, benché mosso da umanissime paure, è messo peggio di lui: dalla figlia ex tossica, alla compagna petulante, dall’attricetta che sognava Broadway da una vita e, adesso che c’è arrivata, sente su di sé il peso della responsabilità, all’attore di talento che dichiara di fingere solo fuori scena.
Ci sono gli ingredienti di un drammone coi fiocchi, più simile a un Viale del tramonto in salsa pop che al disincanto della “Hollywood porno” alla Boogie Nights di P.T. Anderson. Men che meno Birdman risulta simile al de profundis di Cronenberg che, insieme alle Stelle, porta giù il monte Rushmore.
La caducità delle cose umane viene raccontata da Iñárritu attraverso un apparente, unico, interminabile piano sequenza di un paio d’ore, con la camera che segue passo, passo i protagonisti o li aspetta dove sa che appariranno a breve, sulla scena, appunto, qualunque essa sia.
E ci riesce, per un po’, a seguire i suoi protagonisti, ognuno con la propria microstoria da raccontare, soggettivamente rilevantissima, in realtà piuttosto miserabile, artefatta, ma poi si avvita su se stessa, compiaciuta del proprio andirivieni e rinuncia alla vocazione che si era data. Si perdono i tormenti risibili della Watts che non si sente all’altezza, quelli di Andrea Riseborough alla quale nessuno ha mai detto di essere brava, quelli di Norton (che se è centrato, come questa volta, è di bravura e sensualità sopraffine), in fondo, anche quelli della figlia in cerca del padre prodigo: personaggi che potevano diventare qualcosa di più e che invece rimangono figurine appena abbozzate, quasi inutili, presto, troppo presto, dimenticate. Lo stesso avviene per l’incontro coeniano fra il protagonista e la critica del New York Times: qualche citazione, uno sfogo (una sorta di narcisismo al contrario spinge i recensori a incensare un lavoro che tanto ne dileggia l’operato?), ma tutto resta lì, vuoto e inerte come i molti bicchieri di martini che servono da ispirazione per alla splendida Lindsay Duncan.
In seguito, sempre con la camera a fluttuare dietro (davanti o sopra) Riggan Thomson, si affastellano almeno tre finali, con un’escalation che sembra servire più come ennesimo gioco di prestigio che a portarci là dove sappiamo da tempo che arriveremo: senza l’altezza tragica per andarsene per sempre durante il dramma, Riggan, il cui volto tumefatto, da una sorta di incidente di scena che sta al confine fra il tentativo di suicidio e la trasmutazione, ricorda chiaramente il piumaggio blu dell’alterego cinematografico, sceglie di fare come avrebbe fatto Birdman, Icaro mainstream.
E poco importa, in fondo, perché se pure “la vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore che incede e si agita sul palcoscenico, e poi non lo si sente più: è una storia raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia, che non significa niente”, come diceva Macbeth e come recita un attore di strada nella scena forse più bella del film, è il cinema o, in questo caso, sarebbe meglio dire il blockbuster, attraverso gli occhi di chi sa sognare, che renderà eterni.
La salvezza possibile, anche in un finale tragico, e la speranza di una resurrezione di celluloide rendono l’opera del regista messicano l’autocelebrazione perfetta, poiché apparentemente intellettuale e problematica, del System hollywoodiano, tanto quanto mai avrebbe potuto esserlo Maps to the Stars (o anche il diversissimo, straordinario, Gone Girl, assoluto capo d’opera e neppure candidato).
Ma il difetto più grande che s’imputa a Birdman, discreto film dal quale si esce comunque soddisfatti, ma lontano, a mio avviso, dal capolavoro che in molti hanno acclamato da Venezia in poi, è quello di non osare mai il salto di qualità narrativo. Tutto è quello che sai, che ti aspetti. La vita ti sorprende, questo cinema no.
Il regista, innamorato di se stesso, incapace di utilizzare la propria sapienza al di fuori di un formalismo che appiattisce tutto e tutti, riduce infine il suo racconto a una paccottiglia di luoghi comuni sul teatro, sul cinema, sui nuovi media  – che tanto nuovi non sono più – e sull’uomo stesso che non toccano davvero nessuno e che non sono dissimili dalle etichette aprioristiche della critica teatrale.
Dov’è il dolore vero? Non quello dell’uomo-uccello che distrugge il camerino, immaginandosi di spostare gli oggetti con il pensiero.
Un fioretto che poteva essere affilato, perché c’erano gli attori, tutti molto bravi, Norton in testa, c’era la perizia registica, c’erano gli spunti e qualche buona idea, e che invece ha la punta infilata nell’ovatta.
Questo, in definitiva, resta di Birdman: un frastuono lontano, un’eco che lì per lì si sente forte e chiara, ma che, a pochi giorni dalla visione, già non si udiva più.
Iñárritu sembra essere il vero Riggan Thomson, sospeso nella tensione impossibile fra la favola magica e il crudo realismo, fra Carver e il cinema di consumo, fra l’autorialità e la gloria.

Ilaria Mainardi

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