Big Game – Caccia al Presidente

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Piccoli arcieri crescono

Per approcciarsi a determinati film talvolta andrebbe presa alla lettera l’indicazione implicita fornita dal titolo. Esemplare il caso di Big Game – Caccia al Presidente, secondo lungometraggio del finlandese (classe 1976) Jalmari Helander a distanza di quattro anni dall’inaspettato successo internazionale di Rare Exports (2010). Un grande gioco, dunque; e per giocarci è necessario mettere in stand-by qualsiasi velleità speculativa sul film per abbandonarsi al puro e semplicissimo piacere dell’immagine in movimento, condita da qualche spezia saporita a livello di descrizione dei personaggi. Anzi, per specificare meglio, dei due personaggi principali, anche perché i cosiddetti cattivi risultano al tirar delle somme essere, volutamente, la quintessenza dello stereotipo. Anche se le sorprese narrative, nello specifico comparto, non mancano sino alla fine.
Ma procediamo tuttavia con ordine. Helander sembra il classico tipo che divora cinema a colazione, pranzo e cena per poi digerirlo e rielaborarlo, diciamo così, a proprio modo, cioè neutralizzandolo di ogni sovrastruttura che tanto piace ai critici. Immaginate perciò una sorta di ibrido tra due classici, il primo universale come 1997: Fuga da New York di John Carpenter (1981) ed il secondo più locale come L’arciere di ghiaccio (1987), folgorante esordio del norvegese Nils Gaup, tanto per restare in Scandinavia. Del primo Big Game mutua il contesto narrativo di base, con un Presidente degli States in serio pericolo dopo che l’Air Force One è stato abbattuto in Lapponia da un manipolo di organizzati terroristi peraltro efficientemente supportati da una costola interna al governo U.S.A. Del secondo sposa invece il classico racconto di formazione nordico, che vede un adolescente dimostrare agli altri e soprattutto a se stesso il proprio coraggio superando ostacoli in teoria inerenti alla natura, in realtà – nella finzione, ovviamente – attraverso il superamento di prove molto al di là dell’immaginabile. Insomma il giochino, non esattamente “big”, è scoperto: sarà il ragazzino a fornire insperato supporto al Presidente afroamericano interpretato da un simpatico Samuel L. Jackson in versione recitativa da pilota automatico. E se la visione di Big Game non cade nella noia, nonostante qualche eccesso spettacolare, lo si deve anche alla fenomenale performance attoriale del giovanissimo Onni Tomilla, già protagonista bambino in Rare Exports e qui alle prese con un ruolo decisamente più maturo e sfaccettato. Le insicurezze iniziali – l’incapacità di scagliare una freccia con la dovuta forza – ed il suo pianto di delusione e umiliazione di fronte alla scoperta che il padre gli fa trovare un cervo già ucciso e pronto ad essere esibito come trofeo al ritorno, fanno di Oskari – questo il suo nome nel film – l’unico personaggio davvero descritto a tutto tondo in Big Game, nonché un sincero catalizzatore di empatia da parte del pubblico.
Se dunque per cinema s’intende un’ora e mezza trascorsa in sala come puro svago, Big Game non deluderà certo i frequentatori occasionali, visto che Helander gioca abbastanza bene le sue carte lavorando di contaminazione – talvolta un po’ grossolanamente – sia sui differenti generi, mescolando con la dovuta disinvoltura action spettacolare, disaster movie, thriller politico e melodramma sui legami di sangue, ma anche sulla suggestiva bellezza delle locations, tanto da farne quasi inevitabilmente una specie di protagonista aggiunto. Il resto del compito lo assolve egregiamente la computer graphic, con la quale i tecnici si sono sbizzarriti a far precipitare aerei in un oasi naturale nonché a “costringere” i personaggi a numeri di acrobazia che definire circensi sarebbe oltremodo riduttivo. E comunque una morale condivisibile, più volte ripetuta nell’arco della pellicola, Big Game la regala anche: “Ci sono circostanze in cui non basta sembrare di essere coraggiosi, ma bisogna anche dimostrarlo“. Come si fa a non essere d’accordo, a maggior ragione in tempi dove l’apparenza regna sovrana? E non suona affatto stonato che a sostenere tale assioma sia proprio un film che muove i suoi passi solo in superficie, guardandosi bene dal farlo in profondità. Almeno in questa occasione, il fatto è più che accettabile…

Daniele De Angelis

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