Belluscone – Una storia siciliana

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Amici e amici degli amici: tutti “amici”.

Prima che iniziasse la proiezione di Belluscone – Una storia siciliana, a margine di una stima nei confronti di Franco Maresco rimasta intatta nel corso degli anni, si era affacciato in noi un sospetto, non così angosciante e perentorio ma neppure da prendere con le molle. Qual era il sospetto in questione? Ebbene, proprio quello che nel quadro attuale un’operazione cinematografica con tali obiettivi potesse apparire ben congegnata, ma fuori tempo massimo: quasi un reperto archeologico della satira cinematografica. Dopo tutto la mostruosa creatura di Arcore ha già imboccato da tempo la sua parabola discendente, mentre “nuovi mostri” si sono affacciati sulla scena politica italiana contendendosi, con fiera ribalderia, una così impegnativa eredità. Per qualsiasi cineasta in cerca di personaggi (o fenomeni) emblematici, rappresentativi dello squallore che ci circonda, non sarebbe più opportuno indagare ora sui trascorsi fiorentini dell’insidiosissimo e bonapartista Renzi? Oppure sull’emergente Salvini, nuovo vate di una cultura leghista reazionaria e xenofoba ancora egemone, almeno in certe parti d’Italia? Oppure sull’aggressività verbale e sulla pochezza dei contenuti sociali, di cui si è fatto forte il fenomeno Grillo? Oppure sul cinico pragmatismo di un Alfano o di un Lupi, tetri alfieri di una nuova destra alla ricerca spasmodica del proprio tornaconto? O magari sulle derive più opportuniste di quelle figure zigzaganti e ondivaghe della sinistra cosiddetta radicale, tipo Nichi Vendola o Gennaro Migliore, ammesso che il nome di quest’ultimo al grande pubblico sappia comunicare qualcosa? Ecco, indubbiamente il bestiario italico ne offre in quantità, di casi degni di nota e quanto mai preoccupanti. Ma alla prova del nove la scelta di Franco Maresco si è rivelata vincente. Non solo per quanto il film riesce ad affermare sull’insinuante presenza di Berlusconi e del suo mito in Sicilia, non solo per le modalità libere e creative della narrazione, tutti elementi assai pregnanti, riusciti, ai quali va però aggiunta la fondamentale capacità di scavare in un tessuto antropologico deviato con humour amarissimo, facendo così scivolare la categoria del perturbante verso vette di pressoché inedita desolazione.

A livello formale, manco a dirlo, l’eroe di Cinico TV ha saputo ancora una volta sorprenderci: ironico e penetrante, Belluscone – Una storia siciliana confonde le tracce del documentario classico, della docu-fiction e del mockumentary, creando un ibrido sornione e accattivante in cui la fenomenologia del berlusconismo siculo assume svariati volti, senza congelarsi in schemi triti e ritriti. La trovata più caratterizzante è senz’altro la simulata sparizione del regista in persona, che si suppone travolto dalla portata delle indagini avviate, con la debita faccia tosta, su argomenti scomodi come la trattativa stato-mafia, la presenza di simpatizzanti mafiosi (e/o di Berlusconi) in determinati quartieri palermitani, gli antichi e amichevoli contatti del Silvio nazionale con boss liquidati poi in maniera violenta da rappresentanti di altre cosche. Questo escamotage è il viatico di un sinuoso percorso che sembra rendere più agevole, nella surrealtà di fondo, la possibilità di certe pesanti affermazioni sull’altresì oscuro passato del Cavaliere: per esempio l’ipotesi che la raccolta dei fondi necessari a far nascere i suoi canali televisivi e il bisogno, per alcuni clan mafiosi, di investire denaro guadagnato illecitamente, non siano fenomeni così distinti nello spazio e nel tempo. Tanto per rifugiarci dietro un eufemismo. Nel suo status camaleontico Belluscone – Una storia siciliana propone queste verità, incastonandole con oculatezza in una partitura che vede Tatti Sanguineti, sodale e complice di una così ardita operazione, (far finta di) investigare sulla sparizione di Maresco; col frequente ricorso alla voce fuori campo e altre scelte in qualche modo apparentabili, a livello registico, che fanno tanto noir.

In realtà tale procedimento, questo porsi sulle orme del regista scomparso, è un valido stratagemma che consente di amalgamare materiali di taglio diverso e scoprire così un sottobosco di variopinta umanità, il cui principe indiscusso è senz’altro Ciccio Mira: impresario palermitano votato alla causa di Berlusconi, nonché nostalgico della Mafia di un tempo, questo pittoresco personaggio è il Caronte che ci traghetta da subito in uno sconcertante universo di neo-melodici napoletani popolarissimi in Sicilia, feste di piazza dedicate a latitanti e adorazione del Cavaliere con modalità da Re Taumaturgo. Per non parlare poi della sibillina epifania di Marcello Dell’Utri. Il cialtronesco e improbabile linguaggio adoperato da certe figure, assieme alle sottili ironie cui si appoggia Maresco (da parte sua non manca nemmeno un’illuminata forma di auto-ironia, nel ricordare l’atteggiamento brutalmente censorio di cui furono vittime lui e Ciprì, ai tempi di Totò che visse due volte), fanno sì che il film oltre che intelligente, coraggioso, astuto, in certi frangenti diventi anche esilarante. Non a caso in alcune grottesche interviste (al pari di determinati passaggi dal colore al bianco e nero) si riaffaccia prepotentemente lo stile, l’estetica di Cinico TV. Quasi un divertito e non vano ritorno al passato, piazzato sullo schermo il tempo necessario, per poi sterzare verso altre strade. Sempre a proposito di auto-ironia, sia la divertita partecipazione di Ficarra e Picone che quella del critico Francesco Puma, insignito del ruolo di video-biografo di Berlusconi e della Lario, ne regalano a pacchi: lode anche a loro e allo spirito con cui sono accostati al progetto. Sono tasselli importanti, questi, per la riuscita di un film che inizialmente poteva lasciarci perplessi ma che, alla resa dei conti, ha dimostrato tutta la sua maturità: spaccato scoppiettante e sulfureo di una realtà popolare siciliana stregata da laide mitologie, politiche e non, Belluscone – Una storia siciliana sancisce con forza il ritorno di un autore scomodo, che cinematograficamente parlando non ha mai avuto peli sulla lingua.

Stefano Coccia

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