Behemoth

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8.0 Awesome
  • voto 8

L’inferno sulla terra

Anche se si presenta come un documentario, Behemoth (Bei xi mo shou), l’ultima fatica di Zhao Liang presentata nell’ambito del Concorso della 72esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è molto di più: è una riflessione personale e delicata sul rapporto uomo-ambiente, che trasfigura la superficie terrestre in un inferno dantesco fin troppo realistico.
Behemoth è un celebre mostro biblico descritto nel libro di Giobbe, e non occorre molto tempo per intuire che, nel film di Liang, acquista una natura esclusivamente umana. Attraverso lunghe e numerose sequenze che mostrano la costruzione delle miniere nei territori della Cina e della Mongolia, la tracotanza e la stupidità dell’essere umano vengono raccontate con un’efficacia e un’adesione alla realtà incredibili: davanti ai nostri occhi vediamo il suolo rivoltarsi, le viscere della terra sotterrarne la superficie, e tutto senza che venga minimamente avvertito il muto appello che la natura rivolge agli uomini. Ciecamente insolenti e per questo invisi al resto del creato, oggi siamo noi a rivestire il ruolo di Behemoth, armati di giocattoli infernali quali camion e scavatrici, e decisi ad elevare l’inferno fin qua sulla terra.  Se davvero, parafrasando Dostoevskij, la bellezza salverà il mondo, il mondo (degli uomini) non sembra davvero interessato a salvare la bellezza.
Lo stile narrativo di Liang non si limita al mero documentarismo, ed è accompagnato da una voce fuori campo lirica e suggestiva, che racconta la tragedia della natura come fosse il materiale di un sogno; da qui l’immagine ricorrente di un corpo nudo rannicchiato, sul quale l’occhio dello spettatore, che si perde tra campi lunghi orizzontali e discese nel centro del pianeta, fatica a fermarsi. Le immagini di Behemoth sono di una potenza disarmante,  e non solo perchè hanno come oggetto il paesaggio naturale e il folle lavoro nelle miniere, ma anche perchè lo spazio dell’inquadratura è attraversato da linee trasversali che la frammentano avvicinandola alla superficie di un diamante.
Sono molte le scene di Behemoth che si imprimono nella mente: il bambino che gioca con la sabbia su uno degli ultimi spazi verdi rimasti, l’uomo che tenta di salvare la sua pianta dalla polvere nera che si posa sulle sue foglie, i volti dei minatori imbruniti dalle esalazioni del sottosuolo. Particolarmente affascinante la figura della “guida” (così viene chiamata dalla voce fuori campo del sognatore), che avanza tenendo uno specchio fermo sulla schiena, in modo da riflettere quel che sta alle sue spalle (un passato più florido, un futuro che ancora non ci ha sorpassati).
Cadenzato da musiche baritonali e meccaniche come il frastuono che riecheggia nelle miniere e chiuso da un finale amaro e dirompente, Behemoth è tra i probabili vincitori del Leone d’Oro di quest’anno; sicuramente detiene tutti i requisiti necessari.

Ginevra Ghini

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