Bathhouse Drummer

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

È tutta una questione di ritmo

La questione dell’igiene è importante, e su questo ci sono pochi dubbi. In luoghi ed epoche nelle quali non tutti potevano permettersi di vivere in un’abitazione con la stanza da bagno incorporata un’importanza fondamentale veniva svolta dai bagni pubblici. A lungo essi sono stati un’istituzione importante oltre che per l’igiene anche per la socialità pure qui in Italia, a partire dalle terme di epoca romana. Oggidì tale istituzione da noi è venuta scomparendo vista la possibilità di vivere in case con bagno. È tuttavia un’abitudine ancora ben radicata in Asia. In Giappone vengono chiamati sentō, in Cina yuchang e il giovane cineasta Treey Liu ne fa il luogo di elezione dove ambientare il suo Bathhouse Drummer presentato in concorso alla quindicesima edizione dell’European Indipendent Film Festival nella sezione Student Film.
Attraverso la pratica del bagno in comune Liu organizza ed esplica la possibilità dello scambio e della fratellanza tra culture differenti, anche se possono apparire simili ad un occidentale, come le culture giapponese e cinese. L’incontro tra il giovane musicista giapponese e l’anziano massaggiatore cinese è sì un incontro di civiltà, ma è anche un incontro tra generazioni, sensibilità e orizzonti diversi. Il bagno pubblico poi è uno dei due mezzi attraverso i quali i due si conoscono e stringono amicizia. L’altro è la tecnica. Tecnica del massaggio per l’anziano, tecnica musicale dei tamburi per il giovane. Il regista è abile a sottolineare la similitudine tra il massaggio e la musica attraverso un montaggio visivo e sonoro che finisce per accostare i due mondi in una colta citazione del montaggio connotativo teorizzato dai costruttivisti russi. L’elemento del ritmo è tanto più rilevante e rivelatore in quanto Liu lo espande, lo moltiplica, fino a renderlo un tema universale, perché capace di abbracciare l’intero universo, in quanto lo fa diventare sineddoche del più ampio concetto di tempo. Tempo della modernità, tempo della tradizione, tempo del lavoro, tempo della vita, tempo presente, tempo passato. Tempo fluido come l’acqua dello yuchang, che diventa luogo ove il tempo non si ferma, ma flette, torna su stesso, risalta, diventa infine ritmo e ponte tra culture; le quali in esso possono così unirsi e diventare qualcosa di maggiore della loro somma, nuovo eppure antico, che apparentemente viene da fuori ma che in realtà è già parte dell’animo di chi resta coinvolto e produce così il nuovo eppure sempre uguale a se stesso ritmo della vita universale.
E dunque in questo grande vortice nel quale il regista si incarica di farci quantomeno avvertire la pulsazione fondamentale dell’universo, in questa minuscola eppure grandiosa attestazione di fratellanza che prova a volare al di sopra delle miserie e meschinerie di questa povera umanità, tanto più notabile se si pensa che la pellicola dura diciassette minuti, non possiamo non rimanere coinvolti e rapiti dal ritmo della vita suonato da tamburi giapponesi in una sala da bagno cinese.

Luca Bovio

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