Baden Baden

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7.0 Awesome
  • voto 7

Un posto per me nel mondo

Basta assistere al lungo piano sequenza con il quale si apre Baden Baden per rendersi subito conto di quali siano le intenzioni e i valori aggiunti a disposizione dell’opera prima di Rachel Lang, presentata in concorso alla 21esima edizione del Milano Film Festival dopo l’anteprima al Forum della Berlinale 2016. Per cinque minuti circa la macchina da presa della regista francese, posizionata sul sedile anteriore del lato passeggero di un’auto di grossa cilindrata, rimane bloccata sul volto di una giovane donna che sempre più preoccupata cerca di ritrovare la strada giusta per raggiungere la destinazione. In quell’incipit è possibile riassumere, a grandi linee, il profilo genetico sia drammaturgico che estetico della pellicola, utilissimo allo spettatore per farsi una prima idea su che cosa i suoi occhi si andranno a depositare nei restanti novanta minuti di proiezione.
Quel piano sequenza suggerisce, infatti, delle informazioni ben precise sulla scrittura e sulla sua messa in quadro, che insieme concorrono a dare forma e sostanza al progetto. Da una parte, ci si trova a misurarsi con una maniera di filmare all’insegna del realismo e di un certo rigore formale, che caratterizzerà l’intera confezione. Nonostante si trovi ad affrontare la prima prova sulla lunga distanza, la Lang dimostra già una padronanza dell’hardware e del suo linguaggio, firmando una regia essenziale, priva di incertezze e soprattutto funzionale al tipo di storia e al modo in cui questa viene narrata. Insomma, quella proposta dalla cineasta di Strasburgo è una regia perfettamente in sintonia con lo script e con il personaggio che lo anima, nei confronti del quale manifesta un amore viscerale mettendosi completamente al suo servizio. Fissa o in movimento, la macchina da presa non lascia mai nemmeno per un attimo la protagonista, in un incessante pedinamento che la pone costantemente al centro di ogni situazione e di tutte le inquadrature chiamate a raccontarle. In questo modo, la Lang manifesta apertamente alla platea anche le sue intenzioni drammaturgiche e narrative, che vogliono l’assolo e il fuoco su un unico personaggio come il baricentro del plot e il conseguente punto di vista.
Lei è Ana, una giovane alla ricerca del suo posto nel mondo, che nel frattempo se la dovrà vedere con tutta una serie di imprese quotidiane da provare, tra mille difficoltà, a portare a termine. La più importante sarà preparare un bagno più funzionale per la amata nonna, che si è rotta il femore. Espediente narrativo a tratti esilarante, questa impresa ci porterà a conoscere meglio il suo universo, a chiederci del destino di lei e di giovani come lei, a intravedere soluzioni dove le situazioni sembrano disperate, a sorridere di certi errori e ripensare le nostre relazioni. Ad aver voglia di andare incontro al futuro e, nello stesso tempo, di aspettare il ritorno a casa di una nonna, che è capace di capirci perché rappresenta il legame con il nostro passato.
È fin troppo evidente dalla sinossi la natura da romanzo di formazione di Baden Baden, che a suo modo, con humor e delicatezza, dipinge sia un ritratto femminile che generazionale. Il tutto si mescola senza soluzione di continuità, in un film che racconta il classico percorso di crescita tra gioie e dolori, evitando con intelligenza di passare attraverso luoghi comuni e cliché post adolescenziali. La Ana del film della Lang, interpretata con passione e partecipazione dalla talentuosa Salomé Richard, è lo specchio della precarietà esistenziale, professionale ed emotiva, di una generazione in bilico. Sulla timeline trova posto un susseguirsi di momenti, eventi ed incontri, che la porteranno a vedere le cose e le persone che la circondano in un modo diverso. Un cammino interiore che regalerà allo spettatore sequenze divertenti (su tutte quelle della ristrutturazione fai da te del bagno), capaci anche di far riflettere se lette con la giusta attenzione.
Ma non è tutto oro ciò che luccica, perché a scombinare le carte ci pensano un paio di scelte a nostro avviso evitabili, che interrompono in maniera gratuita il flusso del racconto, a cominciare dal ricorso a brevi parentesi surreali e oniriche che vorrebbero rappresentare metaforicamente la ricerca e lo smarrimento della protagonista (vedi la camminata nel bosco immerso nella nebbia o quella della piscina). Queste probabilmente avrebbero dovuto sottolineare ancora di più la condizione interiore di Ana, ma in realtà non assecondano quell’intenzione.

Francesco Del Grosso

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