Baba Vanga

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Occhi non vedono, cuore non duole

Tra le visioni più suggestive e stimolanti della 53esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove è stato selezionato tra gli otto titoli in concorso, un posto di riguardo spetta di sicuro a Baba Vanga, opera prima della regista polacca Aleksandra Niemczyk.
La pellicola è il racconto parziale della vita della profetessa balcanica Vangelija Pandeva Dimitrova, meglio conosciuta come Baba Vanga. Di fatto, non ci troviamo al cospetto di un biopic a 360°, perché l’opera in questione si ispira liberamente a fatti poi romanzati riguardanti la gioventù e la vecchiaia della protagonista, qui interpretata con intensità e sofferenza da Virginie Roche prima e da Tatjana Sojic poi. Il racconto parte dai momenti che precedono la perdita della vista in seguito a un misterioso incidente. Da quel momento, la donna riceve la rilevazione del futuro dell’umanità, fino alla fine del mondo nel 5079. Alcune delle sue profezie si sono avverate, altre no, per altre ancora sarà il tempo a rispondere. Un potere e un dono che per lei saranno una condanna e un fardello troppo pesante da portare. E nel vederla fare i conti con le visioni è impossibile non ritornare con la mente alla Giovanna D’Arco portata sul grande schermo nel lontano 1928 da Carl Theodor Dreyer.
La Niemczyk ha il merito di mostracela da una prospettiva totalmente diversa da quella che i media e l’audiovisivo ci hanno restituito sino ad ora, a cominciare dal ritratto stereotipato apparso sul piccolo schermo nella serie televisiva del 2013, Vangeliya. Baba Vanga fa parte di quella tipologia di film che pone una sfida allo spettatore di turno, a quest’ultimo la decisione finale di accettarla oppure no. Quella posta dalla pellicola e dalla sua autrice è una prova che non tutti sono disposti e in grado di accettare, vuoi perché presuppone uno sforzo intellettivo al di sopra della linea, vuoi perché necessità di una apertura e di una predisposizione nei confronti di un certo modo di pensare e concepire la Settima Arte. Il suo essere anti-narrativo e non lineare, plasmato secondo una progressione dilatata spogliata di informazioni, didascalismi e connotazioni spazio temporali, caratterizzata da pochissime azioni e da ricorrenti stasi, avvolta in interminabili silenzi interrotti solo a 2/3 della timeline dalle parole dei personaggi, può causare un immediato respingimento da parte dello spettatore. Il suo rigore formale, espressione di una capacità di sintesi visiva che ripudia immagine piene e barocche a favore di quadri scarni, essenziali e fissi, che ricordano nature morte dalla composizione geometrica impeccabile e dal notevole gusto per la costruzione dell’immagine (ereditato dalle precedenti esperienze maturate nel campo delle arti visive e dagli insegnamenti ricevuti da Béla Tarr), allontanano e distanziano l’opera dai una visione passiva e classica. Il suo comporsi davanti ai nostri occhi come una sorta di sogno/incubo in cui convergono frammenti diversi e non sempre riconoscibili, significati e significanti, suggestioni, paure ed emozioni di ogni sorta, mettono il tutto su un piano diverso, che presuppone a sua volta un approccio diverso da colui che guarda.
Solo dopo averne compreso fino in fondo tutte le intenzioni, condivise le scelte drammaturgiche e tecniche, codificati linguaggi espressivi, allora, e solo allora, al fruitore sarà possibile entrare in perfetta sintonia con l’opera e con ciò di cui si fa portatrice sana. Se non si accettano o non si arrivano a comprendere le cosiddette regole del gioco, di fatto le porte resteranno chiuse. Noi quelle porte le abbiamo volute e sapute aprire, consapevoli delle difficoltà che ciò avrebbe comportato, perché la pellicola scritta e diretta dalla cineasta polacca è una pietra grezza che sotto la superficie apparentemente invalicabile nasconde preziose materie prime.

Francesco Del Grosso

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