Attacco al potere 3

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

L’angelo caduto

Gerard Butler quell’espressione da combattente stanco, disincantato e comunque mai domo ce l’ha addosso da una vita. Allo scozzese qualsiasi parte da ruvido soldato, poliziotto disilluso od ellenico oplita logorato da mille battaglie era calzata finora a pennello. Abbiamo dovuto però aspettare il nuovo sequel di una saga fantapolitica tutt’altro che eccelsa, per usare un eufemismo, prima di scorgere nelle pieghe dell’ennesima maschera di successo, quella dell’agente dei Servizi segreti americani Mike Banning, qualcosa di nuovo; ovvero un’increspatura sotto la solita scorza da duro, l’affiorare di tratti più umani, tormentati e non immuni da una punta di amarezza persino nel bel mezzo delle azioni più indiavolate. Sarà anche perché in questo caso l’integerrimo agente, uomo di fiducia del Presidente degli Stati Uniti, vedrà mutare per la prima volta la propria posizione, passando repentinamente da implacabile cacciatore di terroristi ad uomo braccato e incolpato di crimini mai commessi, da parte dello stesso governo fin lì servito con lealtà e abnegazione. Radicali cambiamenti di prospettive, insomma, che avrebbero esasperato temperamenti ben più miti…
Ed è questo uno degli elementi che rendono Attacco al potere 3 una graditissima sorpresa. Nei due precedenti capitoli l’agente Mike Banning, pur mostrandosi devoto alla famiglia (oltre che al Presidente), si era rivelato un’autentica macchina da guerra con pochi dubbi e ancor meno esitazioni, di fronte alla retorica patriottarda e al desiderio di affermare la Big Stick diplomacy anche davanti alle più inverosimili minacce esterne, che caratterizzano (spesso in negativo) il brand in questione. Tutto ciò era apparso evidente sia nel fracassone Attacco al potere (2013), con l’improbabile incursione nordcoreana alla Casa Bianca nobilitata appena dalla regia creativa e dinamica di Antoine Fuqua, sia in Attacco al potere 2 (2016), laddove il carneade Babak Najafi aveva vanificato uno spunto potenzialmente interessante (l’attacco multiplo ai più importanti capi di stato del mondo in una Londra sotto scacco), facendo ricorso a una conduzione del gioco tanto semplicistica e infantile quanto sciatta nelle scene d’azione. Al contrario, l’impatto di Ric Roman Waugh (non soltanto regista, ma co-autore dello script) si è rivelato oltremodo positivo proprio nel ribaltare, in Attacco al potere 3, determinati cliché: l’emergere di un insidioso nemico interno che ha allungato i suoi tentacoli verso la stessa Casa Bianca è l’escamotage per affrescare, contestualmente alla rocambolesca fuga di Banning (assimilabile, per certi versi, all’interminabile latitanza di Matt Damon nei panni dell’agente Bourne, in un’altra popolarissima saga), il volto di un’America sporca, amareggiata, insicura, meno fiduciosa di un tempo sui meccanismi con cui garantire sicurezza nei propri confini e prestigio internazionale.

Attacco al potere un, due, tre, stella! Se un po’ sfacciatamente abbiamo voluto citare quel tradizionale gioco da bambini, nel riassumere i tre lungometraggi girati finora, è solo per irridere la burocratica numerazione dei sequel, rispetto ai titoli originali che in inglese conservano un appeal ben diverso, molto più evocativo: trattasi rispettivamente di Olympus Has Fallen (laddove l’Olimpo stelle e strisce coincide, ovviamente, con la Casa Bianca), London Has Fallen e Angel Has Fallen. “L’angelo caduto” cui allude il titolo è per l’appunto Gerard Butler a.k.a. Mike Banning. Pur non alterandone caratteristiche fondamentali quali il cameratismo o l’attitudine così scrupolosa in servizio, un cineasta di indubbia personalità, come si è ormai rivelato Ric Roman Waugh (suoi La fratellanza e Snitch – L’infiltrato), ha saputo muoversi egregiamente al momento di umanizzare il protagonista, di renderne “palpabile” la caduta, facendolo precipitare in un vortice di amicizie tradite, problematiche famigliari irrisolte e conflitti con il potere, da cui saprà risollevarsi solo mantenendo la massima integrità e guardandosi dentro con meno remore. Un po’ come la macchina da presa guarda lui in questo film, tra sguardi obliqui e tagli di luce sporchi sul viso.
Il tutto senza rinunciare minimamente all’azione: Attacco al potere 3 procede a gran ritmo dalla primissima sequenza, adrenalinica seppur circoscritta all’ambito delle simulazioni belliche, fino al pirotecnico finale, passando per attacchi di droni, rapimenti e corse contro il tempo, proprio come l’action comanda. L’autore, che ha il solo torto di rendere qualche colpo di scena un po’ troppo telefonato, riesce semmai a porre una firma su alcune delle sequenze di maggior tensione, girate e successivamente montate in modo da ricreare, almeno in parte, quel senso di sospensione irreale presente ad esempio nel cinema di Villeneuve; momenti di attesa angosciante che fanno uscire maggiormente allo scoperto i protagonisti, il loro differente modo di porsi davanti all’azione, al pericolo, così da valorizzare al contempo un cast molto ben concepito. Ci siamo soffermati a lungo su Gerard Butler, ma da rimarcare è anche l’aver trovato in questo capitolo antagonisti come Danny Huston, il cui sfaccettato personaggio rivela strada facendo ambiguità e punti critici tali da rendere più avvincente il rapporto col vecchio compagno d’armi; senza trascurare la memorabile e fortemente iconica epifania di Nick Nolte, da cui un finale sui titoli di coda che più inaspettato e naif non si potrebbe; per concludere poi la carrellata con uno statuario Morgan Freeman, anche lui campione di umanità, nonché autore di un’invidiabile carriera politica, nell’arco dei tre lungometraggi, dato che nel primo film compariva come Portavoce di Aaron Eckart, nel secondo quale suo Vice-presidente e qui, finalmente, nel ruolo di Presidente degli Stati Uniti d’America!

Stefano Coccia

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