Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

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I mille volti di Van Gogh

Accadeva nell’ottobre 2017 che, come evento speciale, veniva proiettato sugli schermi nostrani il singolare e innovativo Loving Vincent (successivamente candidato all’Oscar come Miglior Film d’animazione), primo lungometraggio a essere interamente dipinto su tela e ispirato alla vita e alle opere del celebre pittore olandese Vincent Van Gogh. Vuoi per la toccante storia messa in scena, vuoi, soprattutto, per la singolare forma dell’opera in sé, il presente prodotto ha rappresentato un vero e proprio caso cinematografico. E non è l’unico lungometraggio a raccontarci, a suo modo, la vita e le gesta dell’artista. Se, infatti, nel lontano 1948, il maestro Alain Resnais si cimentava per primo a dirigere un documentario su di lui, sono stati in numerosi, negli anni a venire, a decidere di raccontare per immagini la controversa vita del pittore. Una bella responsabilità, dunque, quella che si è assunto il cineasta statunitense Julian Schnabel, nel volerci dare la sua singolare versione dei fatti, mettendo in scena At Eternity’s Gate (titolo italiano Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità), presentato in Concorso alla 75° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia.
Partendo dal momento in cui l’artista ha stretto la sua forte amicizia con il collega Paul Gauguin, At Eternity’s Gate ci mostra un Van Gogh sofferente, incompreso, che vive un eterno conflitto interiore e che riesce a sentirsi sé stesso solo nel momento in cui si trova da solo, immerso nella natura più incontaminata, e si accinge a dipingere un altro dei suoi quadri.
Inutile dire che – data anche la parallela carriera da pittore dello stesso Julian Schnabel – il presente lungometraggio (probabilmente una delle opere più personali e necessarie per l’autore stesso insieme a Basquiat, del 1996) vanta una cura dell’immagine e della fotografia come poche volte capita di vedere sul grande schermo. I dipinti di Vincent Van Gogh vengono, così, ricreati da una macchina da presa che, tuttavia, risulta essere a tratti troppo traballante. Ingiustificatamente traballante. Facendo, sovente, perdere di impatto visivo alle sopracitate immagini, ma soffermandosi sapientemente su un primissimo piano del protagonista che in tutto e per tutto sta a ricordarci il suo stesso “Autoritratto con orecchio bendato” (datato 1889).
Non ha paura dei silenzi, Julian Schnabel. Non li teme e, al contrario, tende a esasperarli fino all’estremo, fino al massimo del consentito, accompagnando le immagini di un Van Gogh in estasi nella natura, solo con un misurato commento musicale firmato Tatiana Lisovskaya, al fine di far sì che lo spettatore stesso diventi parte di quell’estasi quasi mistica vissuta dal protagonista. Ma, in fin dei conti, è davvero necessaria una messa in scena così estrema? O tali scelte registiche denotano soltanto una pericolosa mancanza di idee da parte del regista stesso?
Malgrado le suggestive immagini, malgrado i buoni intenti da parte dell’autore, At Eternity’s Gate risulta, alla fine, un’opera che non riesce a esprimere fino in fondo tutto il proprio potenziale. Come se, negli scorsi anni, tutto fosse già stato detto in merito. L’immagine che si ha, dunque, è quella di un regista non del tutto a proprio agio, che non sa come concludere un discorso ormai aperto e che, di fronte a un tema sì importante, si sente alquanto spaesato. Peccato. Perché, di fatto, di spunti interessanti (soprattutto dal punto di vista estetico) ce n’erano eccome.
Lungometraggio ingenuo e maldestro, At Eternity’s Gate vanta, tuttavia, una straordinaria prova attoriale da parte del sempre ottimo Willem Dafoe, nel ruolo del protagonista. Sarà Coppa Volpi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Marina Pavido

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