Assassinio sul Nilo

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Decadente Egitto

Come ampiamente previsto, il binomio Agatha Christie/Kenneth Branagh si avvia a diventare un vero e proprio franchise cinematografico. Per appassionati di gialli “old-style” e cinefili sparsi per il globo si tratta certo di una buona notizia, anche perché l’ex golden boy originario di Belfast – a proposito: da non perdere il suo film precedente, intitolato proprio Belfast, di imminente uscita in sala ed idealmente dedicato alla gente della città nordirlandese – conferma anche con Assassinio sul Nilo le sue doti di eccellente “illustratore” tutt’altro che scevro di tocchi personali. Del resto è un’intera, variegata, filmografia a parlare in suo favore. Magari non sempre composta da opere totalmente centrate, ma certamente provviste di una evidente capacità di rielaborazione anche nei lungometraggi più commerciali.
Rientra in questa categoria, ovviamente, anche Assassinio sul Nilo, il cui titolo italiano – rispetto all’originale Death on the Nile – pecca per difetto al pari del romanzo ispiratore. Misurandosi per la seconda volta con l’adattamento di un testo di Agatha Christie, dopo il riuscito Assassinio sull’Orient Express (2017), Branagh sembra quasi costruire il film a misura dell’irresistibile fascino dell’attrice protagonista, cioè Gal Gadot. Ne scaturisce un’opera estremamente sensuale sin dalle prime sequenze egiziane, precedute da un prologo bellico (ambientato in Belgio nel corso della Prima Guerra Mondiale) utile a ribadire l’arguzia del celeberrimo Hercule Poirot, sempre brillantemente interpretato dallo stesso Branagh.
Gal Gadot impersona invece Linnet Ridgeway, una splendida ereditiera britannica per la quale perde la testa al primo incontro, durante un’affolata serata in un locale, l’aitante Simon Doyle (Arnie Hammer), già fidanzato con la bella Jacqueline de Bellefort (Emma Mackey). Quest’ultima, prevedibilmente, non prende nel modo migliore il colpo di fulmine a cui è andato incontro Simon, meditando vendetta. Si ritroveranno tutti, parentado e amici della coppia, in Egitto, per una luna di miele crocieristica che nessuno degli ospiti dimenticherà. Soprattutto le vittime di morte violenta.
Come premesso poc’anzi, nella prima parte il Branagh regista gioca perfettamente sul contrasto insito tra sensualità del triangolo amoroso e razionalità del celebre detective, che osserva senza giudicare. Quasi una perfetta riproposizione, all’interno della diegesi, della figura dello spettatore cinematografico, “condannato” per forza di cose ad uno stato di voyeurismo vigile. In questo primo segmento il repertorio registico di Branagh offre il meglio di sé, complici anche le magnifiche, crepuscolari, atmosfere egiziane, recanti i segni evidenti della maestosa civiltà da tempo scomparsa. Una decadenza simbolica che ben si sposa con quella morale della classe borghese, anche in quest’occasione – come in tutte le sue opere letterarie – istanza ben presente similarmente ad un preciso segno di riconoscimento da parte della scrittrice inglese. Ma stavolta non è il conflitto sociale, appena accennato, ad essere messo in luce da Branagh, a differenza di Assassinio sull’Orient Express; bensì proprio l’ingannevole illusione di poter catturare e possedere la bellezza assoluta, in realtà inafferrabile al pari di un alito di vento. Ed è quasi un peccato che un gioco cinefilo di totale seduzione si interrompa giocoforza al primo omicidio, riportando Assassinio sul Nilo sui binari più prevedibili del classico “whodunit” proteso alla scoperta del colpevole. Oppure dei colpevoli con relative motivazioni.
Qualcuno dunque potrà trovare, non a torto, sin troppo manierista ed estetizzante la messa in scena di Branagh. Un limite palesato dall’autore di Thor (2011) allorquando non è supportato da uno script adeguato, così da lasciare briglia sciolta al proprio, innato, narcisismo. In questa circostanza però c’è la penna di Agatha Christie – nonché la puntuale sceneggiatura di Michael Green – a ricondurre la hybris di Branagh in una dimensione maggiormente convenzionale. Se ciò sia un bene oppure un male lasciamo volentieri alla sensibilità del singolo spettatore la facoltà di esprimere un giudizio. Sta di fatto che, nonostante un cast corale complessivamente di minor impatto – a parte un’ottima Annette Bening – se paragonato a quello di Assassinio sull’Orient Express, anche in quest’occasione il gioco a rimpiattino con la platea può dirsi in buona parte riuscito. Anche se per il futuro sarebbe lecito attendersi da Branagh qualche guizzo di originalità che vada oltre il semplice adagiarsi su schemi sempre vincenti ma ormai, proprio per tale ragione, un po’ risaputi.

Daniele De Angelis

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